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2 giugno e Mezzogiorno: cosa significa davvero Repubblica oggi?

A distanza di decenni dal referendum del 1946, la Festa della Repubblica resta un’occasione per interrogarsi. Sia su cosa celebrare, che su cosa manca ancora da costruire.

di redazione MEZZODì

Repubblica, dal latino res publica, indica ciò che è comune, non proprietà privata. Nato nell’antica Roma, il termine ritorna centrale nella storia moderna con le rivoluzioni costituzionali europee. Ma perché la Repubblica non resti solo un concetto, serve equità nell’accesso alla vita pubblica.

Il Referendum del 1946

Il 2 giugno 1946 l’Italia scelse la Repubblica, con il 54,3% dei voti. Nel Mezzogiorno, la monarchia ottenne molti consensi: 69% in Campania, 64% in Sicilia, 59,4% in Basilicata. La distanza fu meno netta in Abruzzo (53,2%), Calabria (57,1%) e Molise (53,9%), e in alcune province – come Matera o l’entroterra pugliese – prevalse la Repubblica. Le ragioni andavano oltre l’etichetta di “Sud monarchico”: influirono la recente occupazione alleata, la disinformazione diffusa, l’assenza di una vera campagna repubblicana capillare e la continuità del potere locale. La Repubblica Italiana nacque così: in un contesto frammentato, segnato da condizioni materiali radicate, spesso sottovalutate.

La Repubblica al Sud: eredità e difficoltà

Nel dopoguerra, il nuovo ordinamento faticò a integrarsi pienamente nel Mezzogiorno, se non superficialmente e a livello burocratico. Analfabetismo, emigrazione, latifondi e poteri informali limitarono il protagonismo civico. Le organizzazioni criminali trovarono spazio nelle fragilità dello Stato. La Repubblica fu più una promessa che un’esperienza concreta, soprattutto per le fasce popolari.

A oltre settant’anni di distanza, il divario resta visibile. L’analfabetismo classico ha lasciato il posto a quello funzionale. I servizi, i diritti e le infrastrutture mostrano ancora un’Italia a più velocità. Le disuguaglianze non sono solo economiche: sono strutturali e territoriali.

Priorità reali

Un esempio pratico di disfunzionalità nel dibattito pubblico italiano riguarda il progetto del Ponte sullo Stretto, proposto come volano per il Sud. Una spesa enorme indirizzata a un territorio dove le priorità reali raccontano tutt’altro. Portando come esempio le due città coinvolte: a Messina si disperde oltre il 50% dell’acqua immessa in reti idriche obsolete; a Reggio Calabria molte abitazioni del centro ricevono acqua salata dai rubinetti. Le strade, in entrambe le città, sono spesso inagibili o pericolose. Il lavoro regolare e a tempo indeterminato è per pochi, i trasporti locali sono insufficienti – compresi quelli per attraversare lo Stretto, che hanno costi insostenibili per i residenti – e la sanità presenta gravi lacune.

Considerazioni

I due centri dello Stretto sono due dei tantissimi esempi di inefficienza gestionale nel Meridione, e il Ponte appare come un’ipotesi più che disallineata rispetto ai bisogni diffusi.
Il Mezzogiorno ha urgenze chiare. Una Repubblica compiuta non dovrebbe prescindere da esse. Non si può più considerare il Sud un serbatoio di voti: la disillusione ha già causato il più alto tasso di astensionismo della storia repubblicana d’Italia. Quali conseguenze porterà il perseverare in questa direzione?

fonti:

https://elezionistorico.interno.gov.it/index.php?dtel=02%2F06%2F1946&es0=S&lev0=0&levsut0=0&ms=S&tpa=I&tpe=A&tpel=F&utm_source=chatgpt.com

https://it.wikipedia.org/wiki/Nascita_della_Repubblica_Italiana?utm_source=chatgpt.com

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