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Stretto di Messina: il paesaggio che resiste all’abuso

Mentre governo e regioni accelerano sul progetto, dal territorio si alza una voce: “Non si chiama progresso, se devasta ciò che siamo”.

di redazione MEZZODì

La firma dell’accordo di programma per il ponte sullo Stretto di Messina riapre con forza una questione che va ben oltre il piano tecnico e infrastrutturale. Non è solo una scelta politica o economica: è un atto che mette in discussione il significato stesso di paesaggio, e il suo ruolo come spazio culturale, simbolico, abitato.

Lo Stretto, da sempre crocevia di mondi, visioni e narrazioni, viene trattato oggi come una superficie neutra da superare, un ostacolo da eliminare in nome di una modernità semplificata. Ma quel braccio di mare, e le sue rive, non sono solo coordinate geografiche: sono memoria viva, architettura naturale di un’identità collettiva. Un sistema fragile, fatto di equilibri tra mare e terra, tra visibile e invisibile, che si è stratificato nei millenni e che rischia ora di essere ridotto a fondale tecnico.

Chi conosce e vive questi luoghi sa che il paesaggio dello Stretto non si guarda soltanto: si attraversa con lo sguardo, si abita con il corpo, si eredita nei racconti. È parte della quotidianità e della visione, un “tra” che dà forma a tutto ciò che lo circonda. Pensare di imporre un gesto verticale e monumentale come il ponte equivale a interrompere una relazione millenaria tra uomo, natura e cultura. Una frattura profonda, che non si misura in metri o in traffico veicolare, ma nella perdita irreversibile di senso.

Il Comitato No Ponte Capo Peloro, attivo nel territorio messinese, denuncia da anni questo rischio con una narrazione che va oltre la protesta tecnica. L’opera non è solo “inutile e dannosa” – come ribadiscono – ma espressione di un’idea di sviluppo che nega il valore del limite, della cura, della complessità. La costruzione del ponte significherebbe spianare non solo colline e fondali, ma anche la dimensione immateriale e poetica di un paesaggio che è parte integrante dell’immaginario mediterraneo.

Chi difende il paesaggio oggi non lo fa per nostalgia, ma per responsabilità culturale. Perché non si cancella impunemente uno spazio così carico di memoria, di senso, di vita. E perché chiamare “progresso” ciò che distrugge ciò che siamo, non è più accettabile.

Info su IG: @casacariddi

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