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Sicilia. IO VEDO di Francesca Borgia, un santuario laico di terra e memoria

Un’opera che restituisce un volto alla perdita, rendendo visibile ciò che la guerra riduce a cifra.

di Agnese Samperi Migneco

IO VEDO è l’installazione che l’artista siciliana Francesca Borgia ha realizzato modellando 15.033 piccoli sudari d’argilla, uno per ogni bambino palestinese ucciso dall’inizio della guerra. Un lavoro costruito giorno dopo giorno, in solitudine, all’interno del suo studio, presentato per la prima volta a Novara di Sicilia ad agosto, e che dal 17 novembre è tornato installato nella chiesa medievale di San Tommaso il Vecchio a Messina, all’interno dell’evento Mangia&Cambia di SlowFood Messina.
L’opera, composta da un tappeto di salme minute, tutte differenti fra loro, è un archivio materico che restituisce un peso visibile a ciò che spesso arriva soltanto come cifra.

Di seguito l’intervista all’autrice:

Quando hai capito che ciò che stava accadendo in Palestina era troppo grande per restare spettatrice, e che avevi bisogno di fare qualcosa artisticamente per arginare quel dolore?

«È una cosa che mi porto dentro da anni, perché gli amici palestinesi mi raccontano continuamente quello che vivono. Ogni volta provavo una sofferenza profonda, quella sensazione che ti fa sentire impotente.
Quando è scoppiata la guerra, la crudeltà verso i bambini è diventata insopportabile. Il loro massacro “scientifico” andava avanti inesorabile. Stavamo assistendo alla cancellazione del futuro. Eliminare un bambino significa cancellare un popolo.
In quel momento non riuscivo più a rimanere ferma. Dovevo trovare un modo per non esserne travolta, e l’unico strumento che avevo era la creazione. Modellare queste figure è stato un gesto catartico, dare forma al dolore e allo stesso tempo una sepoltura simbolica.»

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Che ruolo può avere un artista davanti a una tragedia di questa portata?

«Continuare a parlarne. Tenere desta l’attenzione.
Viviamo in un tempo in cui si normalizza il linguaggio della guerra. A me interessa il contrario: riportare tutto alla complessità delle relazioni, delle culture, delle religioni.
Il mio è un contributo minimo, ma serve a far chiedere alle persone: “Io, che sto guardando, cosa posso fare?”.»

Come si è sviluppato il processo tecnico? Che rapporto si è creato con la materia?

«Ho lavorato quasi otto ore al giorno per sette mesi. Settecento chili di argilla.
Ogni piccolo corpo è stato modellato a mano. Non esiste uno stampo, perché rappresentano persone, una per una, con una identità specifica, culturale, sociale.
La cifra poetica stava nel pensarli come bozzoli di farfalla che però non potranno mai schiudersi.
La mia fatica non è niente rispetto a ciò che vivono loro. Ma dare forma a ciascuno mi ha restituito un minimo di tranquillità, come se quel lavoro rituale mi permettesse di non esserne travolta.»

Come hai affrontato il rapporto tra rispetto delle vittime ed espressione artistica?

«Con discrezione. A Novara abbiamo lavorato a porte chiuse proprio per non trasformare tutto in un’esposizione da guardare come uno spettacolo. Doveva restare un momento di raccoglimento, quasi una funzione laica.
Mi interessava che fosse un luogo in cui avvicinarsi con responsabilità, non con curiosità.»

Perché la scelta della chiesa di San Tommaso il Vecchio?

«Credevo fosse il luogo giusto perché è essenziale, privo di decorazioni che distolgono.
Un ambiente che accoglie chi entra senza imporre un simbolo preciso.
Mi piaceva l’idea che potesse funzionare come un santuario laico, uno spazio dove stare davanti all’opera e interrogarsi.»

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Come nasce la scelta di presentare l’opera durante un evento Slow Food?

«Sono stati loro a chiamarmi dopo aver visto la mostra di Novara.
Il cibo è anche strumento di guerra: affamare un popolo è un atto politico.
Ma è anche strumento di unione. Quando gli uomini cucinano insieme, le lingue e le differenze spariscono.
La loro sensibilità su questo tema ha trovato un legame naturale con la mia installazione.»

Esiste una connessione tra l’opera e il cibo “fuori”?

«Sì, nel senso che la guerra toglie tutto, anche il cibo. E quando fuori si celebra la convivialità, dentro l’installazione capisci che c’è chi non può più sedersi a tavola.
È un contrasto che fa male, ma che serve.»

Quali sono i tuoi desideri per il futuro dell’opera?

«Vorrei che continuasse a viaggiare, che fosse accolta in luoghi che permettono davvero di ascoltarla.
E mi piacerebbe trovare una sede definitiva che possa custodirla.
Ho pensato anche a Tomaso Montanari, perché ha una sensibilità che potrebbe comprendere la necessità di dare a quest’opera uno spazio stabile.»

Cosa speri che resti a chi attraversa IO VEDO?

«Che non si abitui ai numeri.
Che non chiuda gli occhi davanti alla quantità.
Che capisca che ogni figura ha un nome che non conosciamo, ma che esiste.
E che senta il bisogno di fare qualcosa, qualunque cosa sia alla sua portata.»


Ringraziamo Francesca per la sua dedizione e la disponibilità.

L’installazione è stata inaugurata il 17 novembre, alle 17.00, nella Chiesa di San Tommaso, dove resterà visitabile fino al 28 novembre 2025.

21 novembre 2025

MEZZODìgallerie: Francesca Borgia

Web: francescaborgia.it

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