Eventi Eventi
Editoria Editoria
Arte Arte
Cultura Cultura
Cucina Cucina
Itinerari Itinerari
antonino-viola

Calabria. Contro-memorie: voci, letteratura e culture nel Mezzogiorno – Intervista Angelo Maddalena, autore di Sud e Ritorni

Apolidi, identità transculturali e letterature dell’emigrazione

A cura di Ylenia Desirée Zindato

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via, scriveva Cesare Pavese nel suo La luna e i falò. Oppure Emilio Salgari e le sue esotiche avventure in Malesia, senza spostarsi mai dal porto genovese di casa sua. Oppure ancora una più moderna Edith Holler, costretta a vivere per sempre dentro un teatro senza mai poter uscire per via di una maledizione, ma inventando delle incredibili pantomime coi suoi fantocci di cartone. C’è chi non parte mai se non con la propria fantasia e chi parte davvero, come Nellie Bly, che fece il giro del mondo da sola in 72 giorni, in beffa agli 80 di Phileas Fogg.

Chi emigra, chi torna, chi resta, chi non va mai via: in fondo sono un po’ tutti apolidi questi cuori umani.

Angelo Maddalena, un po’ come il nostro Salgari, raccatta storie e testimonianze non dai marinai ma dai deportati economici nelle miniere in Belgio (concentrandosi soprattutto sulle regioni minerarie della Vallonia). Di tutti quegli italiani, compreso mio nonno paterno, che a partire dal 1946 e dal patto Italo-Belga decisero di partire per la nostra personalissima Eldorado. E lo fa con accuratezza di dettagli e maestria, indagando tematiche come identità nazionale e transculturale, letteratura dell’emigrazione e comunità diasporiche, in un libro dal titolo Sud e Ritorni (Autoproduzioni Malanotte, Messina, 2024), che si pone a metà strada fra il saggio e il reportage, il diario di bordo e la militanza.

sud-e-ritorni-angelo-maddalena-libro-ylenia-zindato-intervista
Angelo Maddalena, 2024

Il bisogno di tirar fuori dall’oblio quella fetta di popolo italiano – i ritals – che all’inizio degli anni ’40 del secolo scorso ‘sceglie’ di emigrare verso le miniere in Belgio. I cosiddetti deportati economici. Un po’ l’operazione che fece Vittorio De Seta coi suoi I dimenticati.

Volevo chiederti: come sei arrivato a scegliere questa fetta di storia qui e il perché della tua scelta?

Intanto grazie per le tue domande, la prima mi fa onore soprattutto per l’associazione con Vittorio De Seta, di cui ho visto anni fa alcuni spezzoni di documentari sui pescatori e i contadini siciliani e sulla fine di quell’epopea con-causata dal turismo di massa (overturism, si pensi al caso di Favignana). Ho scelto questo argomento quasi per caso: dovevo fare il progetto Erasmus e nel 1996 non c’era la Francia come destinazione; per chi sceglieva il francese come lingua, l’unica possibilità era andare in Belgio. La professoressa Salvioni, di etnologia, una donna coraggiosa e intraprendente, dopo le proposte di una tesi su stregoneria e criminalizzazione delle donne nel Medioevo (prima di partire per il Belgio) e il carnevale belga, mi consigliò di fare una tesi sugli aspetti culturali degli emigrati italiani in Belgio. Lì ho incontrato Anne Morelli, da cui ho mutuato e preso in prestito l’espressione deportazione economica. Successivamente ho scritto una canzone in siciliano con questo titolo, inserita in un mio CD autoprodotto nel 2004 con Mariella Siciliano, una mia compaesana. In una poesia di Walter Vacca (emigrato in Belgio nelle miniere di carbone, lui era originario di Parma), citata in Sud e ritorni, è inserita la strofa che dice: “Siamo come deportati, solo al piede manca la catena”.

Il filosofo J. Derrida ci parla di ospitalità incondizionata come imperativo etico da prefiggersi, ma non nega la difficoltà di travasare questa norma etica nelle politiche interne/estere. Dal tuo testo emergono testimonianze piene di dolore, nostalgia, smarrimento, disperazione soprattutto per chi deve scenderci sul serio giù in miniera (penso a “la moda delle dita tagliate”), per chi è stato costretto ad andar via dalla propria terra per sopravvivere (unica soluzione alla povertà, prima generazione), ma anche storie di rinascita, riscatto e pensiero diasporico soprattutto nelle seconde e terze generazioni (oriundi), che hanno accolto col sorriso l’idea di una identità ibrida e transculturale (spesso la scrittura diviene terapia e resilienza per tutti questi italiani, produzione letteraria fioriera come la nascita di molte associazioni).

Secondo te questo divario fra chi accoglie e chi respinge il diverso, da cosa dipende, e perché è così difficile ancora oggi che l’ospitalità derridariana diventi prassi politica?

Ivan Illich parlava di cyborg per definire l’uomo contemporaneo, a partire da quel suo assunto cruciale e tragico: “la dipendenza dal mercato, dalle istituzioni e dal sistema industriale, superata una certa soglia, genera forme nuove di povertà, di autonomia e di creatività”. Pasolini pure parlava di uomini che sbattono uno contro l’altro come macchine, come robot, e l’elenco dei “profeti” sarebbe lungo, ma più che profeti direi individui lucidi e coraggiosi che svelano l’orrore nascosto sotto la patina della “modernità”. Poi ci sono svolte epocali che peggiorano le menti e i cuori; la più recente è stata la cosiddetta crisi del 2008, che ha portato indietro le lancette della civiltà, come accenno nel libro Sud e Ritorni, nelle pagine in cui racconto della rabbia irrazionale dei miei compaesani contro i pochi migranti arrivati dieci anni fa nel centro di accoglienza del mio paese. Sempre Pasolini diceva che la Scuola, la TV e la “pacatezza dei vostri giornali” sono i conservatori di un ordine orrendo che educa al consumo e al possesso; sono punti cruciali, traumi che andrebbero curati: se non lo si fa si va nella rimozione che genera cancrena. Però c’è da dire che molta canea è sterile: nel mio paese ci sono adesso due centri di accoglienza e non solo uno, la storia fa il suo corso. Certo è che galoppa anche l’alienazione e l’orrore, che altro non è che “obbedienza cieca” e carenza di analisi e di metodo storico di studio: quanta responsabilità hanno le nostre università? Gli editori? I librai, i giornalisti? Ognuno di noi dovrebbe essere “giornalista e ricercatore”, come atteggiamento di base e non come professione. Don Milani diceva che “tutti dobbiamo interessarci di tutto”; c’è tanta responsabilità anche da parte di molta parte della Chiesa. Un fenomeno strambo è che molti seminaristi si rivelano più conservatori dei preti e dei monaci anziani: un frate cappuccino mi ha rivelato che 15 anni fa un seminarista voleva aggredire un professore di teologia solo perché aveva spiegato che Adamo ed Eva era un racconto allegorico e non un fatto storico. Il Paese reale comunque è altra cosa: io che viaggio solo con mezzi pubblici vedo che ci sono molti più “nuovi italiani” che italiani puri. La questione è che fino a quando gli individui si sentiranno irrilevanti e avvertiranno un senso di impotenza, ciò porterà a cercare figure forti per proiettare la propria impotenza: è tutto irrazionale, antistorico, “che lo straniero è straniero e questo grande mistero rimarrà senza soluzione”, come cantano i Perturbazione nella canzone L’Italia vista dal bar.

cover-su-e-ritorni-angelo-maddalena-libro-ylenia-zindato-intervista
Angelo Maddalena. Sud e Ritorni. Messina: Autoproduzioni Malanotte, 2024.

In ultima analisi questo libro è fortunatamente militante: attraverso le parole di Ivan Illich invita al dissenso verso il capitalismo, le logiche coloniali, l’imperialismo. Denuncia quella che Pasolini definiva mutazione antropologica e una preoccupante perdita della coscienza di classe, e invita il lettore ad abbandonare la produttività, la performatività e, di contro, ad accogliere il dubbio, lo spirito critico e il ‘pensiero lento’.

La mia domanda è: cosa ti aspetti per il futuro?

Grazie per aver sottolineato il “fortunatamente militante” riferito al libro Sud e ritorni: Ivan Illich apre alla decolonizzazione dell’immaginario, credo sia questo quello che mi aspetto dal futuro: un mondo ormai “ecumenico”, di fatto, che crea decolonizzazione dell’immaginario e che, appunto, in parte è già realtà. Penso a molti bambini che crescono in aule con la maggior parte di figli di “nuovi italiani”, come dice Santocono nel romanzo Rue des italiens, citato in Sud e ritorni: l’aneddoto in cui i bambini, giocando insieme, superano le barriere imposte dagli adulti belgi che non volevano far mescolare i loro figli con i figli degli italiani; ecco: il mondo salvato dai bambini! Certo, vedo giovani conformisti e questo è il peggio, oppure giovani con la Sindrome dell’Impostore, però vedo anche giovani determinati e decisi, più forti e precoci di molti genitori o adulti della mia generazione: è tutto un crogiuolo di possibilità. L’esperienza di Mediterranea e di don Mattia Ferrari, un sacerdote giovanissimo, cappellano di un’esperienza sociale immensa come lo Spin Time di Roma, dove dormono 450 persone di mille nazionalità: la gioia della profezia incarnata. Ma vedo anche il grottesco, il surreale di un mio amico di estrema generosità e bontà che segue Vannacci, ma non riesce a contenere i capricci del figlio di 15 anni e più di una volta mi ha ringraziato perché sono riuscito a “domare” il figlio, che è intelligentissimo ma milita in movimenti di estrema destra: il bisogno di una figura forte in entrambi i casi è emblematico. Poi c’è tanta responsabilità da parte di chi dovrebbe fare opposizione, alternativa, forza di base e dal basso e invece è debole, conformista, culturalmente impotente.

Ciao! Sono Ylenia. Mi trovi Una Volta al Mese su mezzodi.it, a consigliarti un libro o anche più di uno. Ma oltre ai consigli di lettura qui puoi trovare storie, eventi culturali, interviste e divulgazione circa la complessa quanto mai suggestiva identità meridionale aperta e libera da pregiudizi, credenze o stereotipi. Dalla Sicilia alla Sardegna, lungo tutta la Calabria. E poi Basilicata, Abruzzo, Molise, Puglia, Campania. Per una memoria collettiva e territoriale da non perdere fra le vie della globalizzazione. Io sono Ylenia e vi aspetto qui a cadenza mensile: e vi ricordo che io non so nulla e non sono nessuno, ma non posso fare a meno di sviluppare un’opinione personale su ogni cosa e mi piace l’idea di condividerla con voi. Ça va sans dire.

Ylenia Desirée Zindato è nata a Reggio Calabria il 15 maggio 1992. È laureata in Storia e Filosofia e specializzata in Filosofia Contemporanea al Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina, con una tesi su Merleau-Ponty e l’Embodied Cognition. Ha un’ossessione insana per le ostriche, il sashimi e il Big Mac. È insegnante precaria di filosofia e storia nei licei. Lavora da diversi anni con la compagnia teatrale “Mana Chuma Teatro” come assistente alla regia. Cura una newsletter mensile con la rivista online Etimologia Magazine; con S4M ha pubblicato un suo primo memoir dal titolo Lettere a una Madre e recentemente un racconto breve sulla rivista letteraria di Articoli Liberi.

Bibliografia essenziale:

  • Jacques Derrida. De l’hospitalité. Paris: Calmann-Lévy, 1997.
  • (Ed. it. Sull’ospitalità, Milano: Baldini & Castoldi.)
  • Ivan Illich. La convivialità. Milano: Mondadori, 1973.
  • Angelo Maddalena. Sud e Ritorni. Messina: Autoproduzioni Malanotte, 2024.
  • Pier Paolo Pasolini. Scritti corsari. Milano: Garzanti, 1975.
  • Pier Paolo Pasolini. Lettere luterane. Milano: Garzanti, 1976.
  • Cesare Pavese. La luna e i falò. Torino: Einaudi, 1950.
  • Girolamo Santocono. Rue des italiens. Cuesmes: Éditions du Cerisier, 1986.

02 Marzo 2026

IG: @diari_a_babordo

Profilo su MEZZODì Gallerie: Angelo Maddalena

Condividi