Sicilia. Neve Sarò racconta il corpo, la provincia e il bisogno di creare
Dal disegno al tatuaggio su cuoio, il percorso di Neve Sarò attraversa desiderio, materia e ricerca personale, lontano dalle logiche della produzione veloce.
di Agnese Samperi Migneco
Ciao a tutti! Oggi parliamo con Antonella Neve, in arte Neve Sarò, artista che lavora con il disegno e con il digitale. Negli ultimi anni ha portato la sua ricerca anche sul cuoio, intervenendo su scarpe e oggetti quotidiani attraverso il tatuaggio.
Nata e cresciuta in un piccolo paese del sud messinese, conserva nel suo lavoro un rapporto forte con la provincia. La natura ritorna spesso, così come i corpi e una certa lentezza nel modo di osservare ciò che la circonda.
In questa intervista parliamo con lei di figura femminile, erotismo, intelligenza artificiale e del tentativo, mai semplice, di fare dell’arte qualcosa che riesca a stare dentro la vita reale.
Dove nascono la tua ispirazione e il tuo immaginario? Quali riferimenti, visivi o emotivi, senti di portare dentro le tue opere?
“La bellezza salverà il mondo” è una frase che mi viene in mente spesso, in cui io credo profondamente. E in effetti se ci guardiamo intorno la realtà è ricca di cose piccole e bellissime. Per cui, per risponderti a questa domanda, ti potrei menzionare Antonio Canova che dai libri di scuola mi ha fatta innamorare della sua bellezza ideale ed eterea, ma anche i cactus con le loro geometrie pazzesche, Milo Manara, gli anime giapponesi, Mucha e l’art nouveau, e gli alberi di Mondrian, che a un certo punto delle superiori mi rimasero stampati sulla retina, influenzando in qualche modo tutto quello che ho disegnato dopo. Far godere i sensi davvero migliora la vita. Infatti a me piace moltissimo passeggiare per il centro di Messina (ma anche altrove) con gli occhi all’insù per osservare le decorazioni dei palazzi storici, c’è una varietà sorprendente sopra le nostre teste, e ti posso assicurare che il mio umore migliora. O meglio ancora, qualunque posto dove ci sia solo silenzio e vegetazione, di qualunque tipo. Nella natura trovo una grandissima calma e connessione al pensiero creativo.

Tu come me sei nata e cresciuta in un piccolo paese del sud di Messina. Quanto credi che questo bagaglio incida nel tuo modo di approcciarti al mondo artistico globale?
Venire da un paesino è stato decisivo nella mia formazione artistica e di persona. Forse il paesino per me, persona timida di base, rappresenta l’essere un po’ schiva, non amare il centro dell’attenzione, essere fuori dal centro appunto. Provincia spesso ha coinciso con inadeguatezza, nel confronto che inevitabilmente avviene tra adolescenti, distanza, e in qualche modo incomunicabilità. In realtà dopo qualche anno in città ho capito che queste origini sono tutta ricchezza. Mi caratterizzano ma non mi definiscono, anzi mi permettono di avere una visione più ricca di quello che mi circonda. E ho anche incontrato un sacco di periferia in centro, nel senso di persone che mantengono il contatto con la terra e con una certa lentezza. Il mondo artistico a livello globale lo guardo ancora da una buona distanza, anzi quello che mi interessa fare è creare rete e connessioni con i miei simili soprattutto vicino a me, riscoprire il concetto di “comunità”. Sembrerò pazza, ma io dico che la periferia è il futuro.
Nelle tue opere è molto presente la figura femminile e l’erotismo espresso in maniera sottile: parlaci della tua visione.
La forza dell’eros è semplicemente la più primordiale di tutte, tutti ne siamo mossi, ed è un linguaggio che accomuna tutti gli esseri viventi, più universale di così! Spinta all’incontro e alla comunicazione vera e profonda. in questi tempi di violenza normalizzata quotidiana, morte e follia, volgere lo sguardo altrove, a qualcosa di gentile, credo sia necessario, almeno a me personalmente per non fare ammalare la mia anima. E la donna, in tutte le forme antropomorfe che può assumere, con corna, squame, in un corpo non conforme ai canoni estetici imposti, esprime erotismo come segno del suo legame diretto con il divino. E soprattutto, non gliene frega nulla. lo scopo non è sedurre. Lo scopo è esistere, e resistere senza chiede scusa per questo. Ci saremo sentite tutte “non conformi”, tutte con qualche caratteristica piccola o grande del nostro corpo che abbiamo desiderato cambiare per essere più desiderabili. Ma la conformità è solo un’opinione sociale, culturale, legata ai tempi. La donna-mostro a un certo punto fa un gran dito medio a chi la vorrebbe mutilata, si libera del concetto di essere desiderabile sempre e comunque allo sguardo maschile, e fa delle sue deformità, cioè delle sue unicità, un vanto.

Il tuo lavoro si muove tra supporti digitali e cartacei. Cosa cambi nei due approcci, anche fisicamente, nel tuo modo di lavorare, e cosa invece permane?
Le sperimentazioni digitali, mi divertono sempre parecchio. Quando ho sperimentato con illustrator per la prima volta sono entrata in una sorta di trance in cui le ore passavano senza che io me ne accorgessi. Lì ti scontri con tutti i limiti fisici della cosa se non hai una postazione di lavoro seria. E io dal mio vecchio portatile ridotto malissimo, ho sempre tratto il massimo. Pure dalla mia schiena. Strano creare qualcosa di mai finito davvero, un file eternamente modificabile. C’è un momento in cui ti dici “è finito”, sulla carta mi succede in maniera abbastanza naturale, anche perché utilizzo dei fissativi per il colore a fine lavoro, in digitale questo momento si può frazionare in una miriade di modifiche, a volte anche dopo anni. Il che è anche interessante, visto che nel mondo comunque tutte le cose sono in divenire. Il legame che ho avuto con le mie opere fisiche è sempre stato abbastanza viscerale, quasi di gelosia, prima di capire che dal momento in cui crei qualcosa non ti appartiene più. Anzi la parte più emozionante è proprio vedere cosa diventa attraverso gli occhi di qualcun altro.
Negli ultimi anni hai iniziato a sperimentare anche il tatuaggio su cuoio. Come nasce questo passaggio e cosa ti sta dando in termini di ricerca?
Due anni fa ho frequentato un corso di abilitazione al tatuaggio, mi sono lanciata in questa nuova esperienza con l’entusiasmo di una quindicenne e un’idea abbastanza lineare di quello che avrei fatto: tanto esercizio su pelli sintetiche, tanto tirocinio in studio, tanto lavoro sul trovare uno stile personale. E invece, mentre sperimentavo sulle pelli sintetiche e su qualche vittima umana è accaduto qualcosa di diverso. Ho preso le mie Dr. Martens e ho iniziato a tatuarle e ho visto che funzionava. E mi piaceva! E così è iniziata questa nuova fase, un po’ diversa, in cui il procedimento è grossomodo lo stesso, ma il supporto sono diventate scarpe, cinture, portachiavi, giacche, o altri accessori customizzabili. Questo mi da la possibilità di esprimermi molto liberamente rispetto al tattoo tradizionale, di fermarmi e cambiare idea anche durante la creazione, di improvvisare, e anche di sbagliare/correggermi molto di più, Questa è l’attività che sta impegnando la maggior parte del mio tempo, in cui sto investendo tanto, e mi piace perché permette anche di portare in giro messaggi ironici, provocatori, o impegnati, con leggerezza e anche con un certo stile.

Oggi l’intelligenza artificiale entra sempre più anche nei processi creativi. Come ti poni rispetto a questo strumento, sia nell’arte che nella quotidianità?
L’intelligenza artificiale ha fatto irruzione nelle nostre vite imponendosi come nuovo standard creativo in moltissimi campi, l’enormità di questa cosa non si può negare. Sembra ieri che usavo i metodi di fusione su Photoshop, male, e per ottenere qualcosa di vagamente decente ci andavano ore di lavoro. Con l’arrivo di questo tsunami tecnologico è cambiato il mondo, anche io ho voluto provare. Il pensiero di farci qualcosa di “artisticamente valido” nel mio caso è durato circa 12 minuti, quando poi ho capito che l’evoluzione in questo campo va a una velocità talmente assurda che io non riuscirei semplicemente a starle dietro. Questo tsunami ha portato anche un sacco di gente a chiedere all’IA di avere fantasia al posto loro, realizzando cose spettacolari assolutamente vuote solo perché lo strumento lo permette. Senza generalizzare ovviamente, ci sono artisti che seguo, impegnati politicamente che con l’IA fanno cose fighissime. Questo in campo puramente artistico diciamo così, perché allargando la visione a tutti gli ambiti umani, direi che è abbastanza pericolosa e assolutamente inquietante. Basti pensare al fatto che quando guardiamo un video non abbiamo più la certezza che non sia generato con AI. È un pensiero che mi destabilizza profondamente.
Se guardi al tuo percorso, quali sono i passi concreti che stai seguendo per trasformare l’arte in un progetto di vita?
È più difficile di quanto pensi rispondere a questa domanda per me. Il mio percorso artistico, anche se lungo, ha preso una forma più o meno riconoscibile solo da pochi anni. Io mi sono presa sul serio (e anche non sul serio) da relativamente poco, e sto cercando di capire cosa mi potrebbe rendere felice fare durante la mia vita. Quella è la domanda da cui parte tutto. L’arte non è l’unica risposta che mi viene, per lo meno l’arte visuale. Nel mio mondo dei sogni ho un laboratorio multiforme di incisione, pittura, tatuaggio, scultura, e altre 5 o 6 cose manuali. Per il momento mi sto focalizzando sul trovare un metodo di lavoro per il tatuaggio su cuoio, questo è sicuramente uno degli obiettivi, in modo da poter portare avanti progetti e perché no collaborazioni con altri artisti. Appena troverò uno spazio sufficientemente grande dove mettere radici, avrete sicuramente mie notizie!

Cosa significa per te banalità e qual è il tuo rapporto con essa?
Io ho un sacco di banalità nella mia produzione, davvero. Una buona produzione artistica produce inevitabilmente opere scartate. Scartate perché venute male tecnicamente oppure proprio perché banali. La affronto senza ansia, quando la produco la guardo e la valuto per valutare me stessa, per capirmi meglio. La banalità è inevitabile, proprio come concetto. Il suo contrario è originalità, nelle forme migliori genialità. Essendo per me la genialità un concetto assolutamente alto e raro, la banalità di conseguenza ci affligge tutti, come una forza d’attrazione, irresistibile. Banalità spesso è anche una estrema semplificazione nei concetti, nelle espressioni tutte, artistiche e non. Credo sia dovuto al fatto che la soglia di attenzione si abbassa sempre di più, e si tende a semplificare, sia nelle forme che nei concetti. Il messaggio deve essere immediato, non importa che poi resti. Semplificazione delle linee, delle forme, delle funzioni, dell’estetica. Cornici lisce e maniglie a scomparsa. Sì, la banalità delle forme la odio, viva il barocco!
Nella storia è sempre stato emblematico, a volte conflittuale, il rapporto tra l’artista ed il rendere commerciale la propria arte. Qual è il tuo punto di vista a riguardo?
L’essere umano ha reso tutto commerciabile, e il mercato dell’arte c’è sempre stato. Grazie al mercato dell’arte godiamo di opere grandiose commissionate nei secoli dalla Chiesa ad esempio, con cui personalmente condivido poco, ma quella era una visione che aveva comunque lo scopo di sbigottire chi guardava, suscitare grandi emozioni, muovere qualcosa di profondo nell’animo umano. Il tutto ovviamente ben pagato, ed è sacrosanto che il lavoro dell’artista venga pagato. Alla fine ci sono riusciti a sbigottire milioni di fedeli e non, quindi mi sento anche di ringraziare questa dinamica economica. Oggi è un’altra cosa, si cerca di fasi spazio in un mercato iper saturo in qualunque settore. E come fai a farti notare, e a farti pagare per quello che fai? Boh, se qualcuno lo sa me lo dica. Se è vero, com’è vero, che viviamo tutti nella società del denaro, in cui il denaro è il codice universale attraverso cui passa la nostra serenità mentale, (guarda tu come siamo messi) allora usiamolo, e usiamolo bene. Io quando posso cerco di sostenere i piccoli artisti come me, locali e non, comprando le loro opere, rimettendo in circolo quello che c’è di buono, perché alla fine è quello che hanno prodotto i cuori e le mani che conta. Il mercato dell’arte mondiale contemporanea, quello delle gallerie e delle aste, mi piace guardarlo da lontano, non lo capisco fino in fondo. Il concetto di base di dover dare un valore oggettivo a qualcosa di così soggettivo per ognuno, è già un controsenso.
Antonella, grazie per questa conversazione e per aver condiviso una parte del tuo percorso. Speriamo di vedere presto dove ti porteranno le prossime sperimentazioni!
8 maggio 2026
Web: mezzodi.it/nevesaro
