Calabria. Contro-memorie: voci, letteratura e culture nel Mezzogiorno – Jungi Mundu
A Camini, nella Locride, il progetto Jungi Mundu racconta un modello di accoglienza che contrasta lo spopolamento attraverso lavoro, artigianato, servizi e relazioni tra residenti, migranti e rifugiati nel borgo.
A cura di Ylenia Desirée Zindato
Nella 57a strada di Manatthan, esistono lunghi grattacieli, 7 per l’esattezza, con all’interno 772 case abitabili completamente vuote. Il paradosso qui è che ci sono più appartamenti fantasma (di lusso) che senzatetto in strada. Basterebbe semplicemente aprire le porte di questi appartamenti, e sentire nel profondo di se stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo. Il perché questo non accada nell’America di Trump non stiamo qui a chiedercelo, quanto piuttosto il ribaltamento di prospettiva fra i nostri di paesi fantasma che le porte invece, le hanno aperte sul serio. A circa 127 km da Reggio Calabria esiste uno di questi paesi semi fantasma, Camini, situato nella Locride, che sul modello Riace ha costruito il suo “Jungi Mundu” un progetto di accoglienza diffusa e integrazione della cooperativa sociale Eurocoop Servizi, dove migranti, rifugiati e popolazione locale lavorano per far rinascere la comunità e combattere lo spopolamento e l’emigrazione. E noi di MezzoDì siamo andati a trovarli.
32 gradi. Ore 16:00 di un 27 agosto simile ad altri giorni estivi di un mese che promette molto ma si conclude lasciandoti addosso soltanto l’invenzione maledettamente occidentale della FOMO (acronimo di Fear of Missing Out, la paura persistente di rimanere tagliati fuori, di essere esclusi o di perdersi eventi, esperienze e momenti gratificanti che gli altri stanno vivendo), arrivo a Camini, a circa 300 metri dal mare, dopo aver percorso in macchina una chiassosa e lunga, lunghissima SS 106.

Ad accogliermi nel bar-chiostro del paese c’è Haseeb, arrivato in Italia all’età di otto anni, origini pakistane, vive a Camini dal 2014 insieme ai suoi genitori, adesso è un bellissimo e solare 22enne che mi accompagna fra le vie del borgo colorate dai murales di Lorenzo Terranera – noto ai più per il suo contributo di illustratore nelle trasmissioni televisive “Ballarò” e “Di Martedì” – e di altri numerosi volontari, ma anche di colorati cartelli per le indicazioni scritti a mano che ricordano il lettering dei mercati o il mestiere, oramai quasi scomparso, del ‘numeraro’.

Entriamo nel primo laboratorio che mi coglie subito in una delle mie debolezze: la ceramica d’autore. Lampasona, Seminara, ND Dolfi, Gianfranco Ballerini, Montelupo. Sono un’incallita collezionista di ceramiche fatte a mano e non potevo che rimanere folgorata dalla maestria di Hamza, giovane rifugiato siriano formatosi alla scuola del maestro ceramista lametino Franco Serratore. Da circa sei anni Hamza lavora le terracotte e tiene workshop per tramandarne l’arte. Lo osservo, nella sua calma placida, mentre incide un piccolo vaso di coccio. Sembra non sentire il caldo, non soffrirne, sebbene dentro la piccola bottega, col forno acceso, non ci siano più i 32 gradi dell’esterno ma almeno un 45 di percepiti. Mi spiega che non ama la tecnica a smalto perché non può controllare l’anarchia dei colori. Superfluo dirvi che mi son portata a casa una sua piccola creatura: uno svuota tasche che mi ricorda l’iride dell’occhio con sparse pagliuzze dorate.

Entrando nel laboratorio tessile mi accoglie Amal, la mamma di Hamza, con indosso una ampia abaya nera, mi sorride mentre aggiusta lo hijab nero, più per ritrosia che per necessità. Con maestria lavora al telaio, mentre Haseeb ci mostra i vestiti esposti, le borse e ci spiega una particolare tecnica ecologica che utilizzano sui tessuti, l’ecoprinting o stampa botanica: una tecnica artigianale che trasferisce i pigmenti e le forme di foglie, fiori e radici direttamente sulla stoffa sfruttando calore, umidità e i tannini naturali delle piante tramite ad esempio cottura a vapore o bollitura.

Da poi ci spostiamo in un negozietto dove conosco i genitori di Haseeb e le loro creazioni realizzate con la tipica stoffa dell’Africa Occidentale Wax, doubleface e in puro cotone, che contrariamente a quanto si possa pensare, le sue origini sono da ricercare fra i celebri batik indonesiani.
Arriviamo negli uffici, dove le scrivanie sono unite a formare un unico tavolo come fosse una speciale tavola rotonda con angoli retti, e tutto intorno pareti pieni come un uovo di fascicoli dalle coste blu. Qui si svolge tutta la parte amministrativa, burocratica e di rendicontazione. Un lavoro preso molto sul serio, svolto con precisione e chiarezza: trasparente come l’acqua di sorgente, viva. Qui incontro Serena, dagli occhi buoni come la pasta e ceci. Lavora a Camini da sei anni, e in uno staff che conta più o meno 60 persone in cui Rosario Zurzolo è il fondatore e presidente della cooperativa sociale, e anche se non ho avuto modo di conoscerlo so che è anche grazie a lui se oggi mi trovo fra queste vie ri-popolate.
Serena è diretta, asciutta, pratica, mentre parla con le maestre, le educatrici, le assistenti sociali, mi fa vedere le aule dove si sta svolgendo una lezione di inglese per lo staff ma dove avvengono anche le lezioni di scolarizzazione e alfabetizzazione per chi arriva. Negli ultimi tempi la scuola primaria che rischiava di scomparire conta adesso cinque sezioni, racconta. Mi porta allo sportello sanitario, psicologico, mi racconta della fattoria didattica, scopro il laboratorio agro-alimentare dove si preparano pantagrueliche marmellate di cipolle per il ristorante del paese. Qui non c’è pietismo, è lavoro – redistribuito equamente – per tutti, chiosa. Un lavoro svolto con principi etici individuali e collettivi di sostenibilità economica, ambientale, sociale. Quello che è chiaro fin da subito è che non si tratta di un semplice centro di accoglienza, non si tratta di ottenere finanziamenti, di esser buonisti, woke, welfare, di spuntare la quota diversità come la quota rosa fra ridicoli partiti.

Camini non è una realtà compassionevole verso gli immigrati che arrivano, per saziare l’ipocrisia cattolica di salvarli dal mare ma lasciarli morire di altre morti, discriminandoli. Qui si sorridono tutti, e molti, conclusa l’accoglienza, restano perché hanno trovato una casa in cui avere una identità, cercare un’identità, o molto più semplicemente essere se stessi, e non l’extracomunitario che vende cappelli in spiaggia o fazzoletti al semaforo. Dal Libano, Maghreb, Riace, Pakistan, Reggio, Sudan, Olanda, Siria, Francia, Nigeria, e così via, chiunque arrivi, da qualsiasi parte del mondo, è uguale all’altro. Da pari a pari. Io mi guardo intorno, e penso che sia tutto così maledettamente semplice per la miseria, e mi arrabatto all’idea profondamente ingiusta sul perché non sia ovunque cosi. Poi prendo il telefono e scopro che Adi Karni, ex sergente ed ex comandante di combattimento del 603° Battaglione di Genio Militare delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) si reca nelle scuole ebraiche di Roma e Milano per raccontare la sua esperienza di leadership ed esprimere sostegno a Israele. Il suo video mentre fa esplodere una moschea col sorriso, come dentro un videogioco, non riesco ad aprirlo. Ma questa è un’altra storia.

Restiamo Umani. Alla prossima.
Y.
22 Settembre 2026
IG: @diari_a_babordo
