Eventi Eventi
Editoria Editoria
Arte Arte
Cultura Cultura
Cucina Cucina
Itinerari Itinerari
memoria,archivi,comunità,territori,partecipazione,processi,arte,ricerca,cultura,sardegna,cagliari,giorgino,identità,storie,archivio,ascolto,relazioni,pratiche,documenti,fotografia

Le interviste di Agnese – MEMORABILIA. Archivi, memoria e comunità come pratica di lungo periodo

Un dialogo con Lorenzo Mori sul tempo necessario per lavorare nei territori, sul valore degli archivi familiari e su cosa accade quando una comunità torna a raccontarsi a partire dalle proprie tracce.

a cura di Agnese Samperi Migneco

Ciao ragazzi! Oggi parliamo con Lorenzo Mori, ideatore di Memorabilia e progettista culturale di Riverrun ETS, che accompagna e facilita sul campo i percorsi attivati nei territori. Il suo lavoro si è costruito nel tempo attraverso trent’anni di pratiche artistiche e partecipative sviluppate a stretto contatto con comunità marginali diffuse in tutta Italia.

Memorabilia è una piattaforma digitale partecipativa dedicata ai luoghi marginali d’Italia che trasforma le memorie private degli abitanti in archivi collettivi, gratuiti e facilmente accessibili. Gli archivi appartengono alle comunità e possono essere arricchiti nel tempo da chiunque con nuovi contenuti e informazioni. Attraverso piccoli QR code collocati in luoghi riconosciuti dagli abitanti come spazi storici di socialità, è possibile accedere direttamente da smartphone a foto, video, lettere e documenti digitalizzati. È un progetto di riappropriazione narrativa che riattiva la memoria per rafforzare legami, orizzonti plurali e consapevolezza collettiva.

Riverrun ETS è un ente del Terzo Settore che opera nell’ambito dell’arte contemporanea, dell’innovazione culturale e del welfare sociale. Sviluppa pratiche artistiche partecipative e site-specific, con particolare attenzione ai territori marginali e periferici d’Italia. Il suo lavoro intreccia memoria, cura e racconto dei luoghi attraverso dispositivi culturali capaci di attivare consapevolezza, relazioni e nuove forme di immaginazione collettiva.

  1. Ciao Lorenzo. Qual è l’origine di questo lavoro sulla memoria?

Ciao Agnese. Questo lavoro nasce da una pratica che si è sedimentata nel tempo, attraversando progetti, territori e comunità diverse. Ogni volta accadeva la stessa cosa. Durante le attività artistiche, culturali e sociali si accumulavano materiali — scatole di fotografie, documenti, archivi familiari — che le persone ci affidavano con un misto di fiducia e timore per l’uso che ne avremmo fatto. A un certo punto l’urgenza di dare un senso a tutto questo è diventata inevitabile.

Poi, un giorno, a Cagliari, vicino al nostro ufficio, mi sono imbattuto in un cassonetto pieno di scatoloni provenienti dallo sgombero della casa di una donna anziana: fotografie, lettere d’amore, cartoline, ricordini. Le tracce di un’intera vita gettate via. In quel momento si è prodotto uno strappo, quasi fisico. Guardando quelle immagini è diventato chiaro che non si trattava soltanto di una storia privata. Quelle tracce parlavano di relazioni, di un quartiere, di un tempo vissuto insieme. È lì che ha preso forma l’idea di creare un luogo capace di sottrarre le memorie alla dispersione e all’oblio materiale.

  1. Quando hai iniziato a occuparti di memoria, cosa ti interessava davvero capire?

Che le memorie non sono mai neutre né oggettive. E nemmeno isolate. Parlare di memoria al singolare, nella migliore delle ipotesi, è una semplificazione. Le memorie sono sempre situate. Dipendono dal contesto, dalle emozioni e dal tempo che passa, attraverso continue rielaborazioni.

Ognuno conserva una propria versione dei fatti, che cambia nel tempo e passa dall’esperienza al corpo attraverso le emozioni. Ogni ricordo è un frammento esistenziale. Quando, durante i processi di lavoro, questi frammenti iniziano a incontrarsi accade qualcosa di imprevisto. Come in un puzzle, tessere irregolari che da sole dicono poco, una accanto all’altra iniziano a restituire un’immagine più ampia. È un’immagine che emerge solo alla fine e che spesso sorprende anche chi ha contribuito a costruirla.

memoria,archivi,comunità,territori,partecipazione,processi,arte,ricerca,cultura,sardegna,cagliari,giorgino,identità,storie,archivio,ascolto,relazioni,pratiche,documenti,fotografia
QR code a Giorgino
  1. C’è un episodio che ti ha fatto capire che quelle storie si potevano aprire a qualcosa di più grande?

Ricordo un documento che ci ha portato una signora romana. Era un’audiocassetta che conteneva una voce che faceva i nomi dei mandanti dell’uccisione del primo partigiano a Forte Bravetta. Era stata conservata come parte di una vicenda familiare e, nel momento in cui è stata condivisa, tornava ad essere di tutti, un bene comune. Quest’idea delle memorie private che tornano ad essere bene comune è centrale in Memorabilia.

Questo episodio dice molto. La storia non vive soltanto negli archivi ufficiali o nei manuali. A volte è nascosta nelle case, nei cassetti, dentro materiali che fanno parte della vita quotidiana. Una vicenda intima può aprire all’improvviso una frattura nella Storia con la S maiuscola. In quel passaggio la memoria smette di essere privata e torna a circolare, incidendo anche sul presente.

  1. Cosa accade quando le persone si ritrovano dentro il flusso dei propri ricordi?

All’inizio c’è spesso una forma di reticenza. Aprire una scatola di foto o un cassetto di ricordi significa far riemergere emozioni, non sempre felici. Per questo cerchiamo di accompagnare questi processi con cautela, senza forzare, favorendo momenti collettivi in cui le scatole si aprono insieme.

L’archivio, per come lo intendo io, non è solo un luogo di conservazione, ma uno spazio di incontro e di rielaborazione. Le persone si ritrovano attorno a un tavolo pieno di foto, lettere, cartoline, documenti. Parlano, discutono, a volte litigano o si contraddicono. Ci sono sessioni che durano ore. Guardando insieme, riemergono storie che sembravano perdute, riattivate dalla forza emotiva del confronto.

Ricordo un bambino che, osservando una foto, ha detto: «Ma ero davvero così tre anni fa?». In quella frase ci sono lo stupore, la percezione del tempo che passa e il cambiamento, insieme a una richiesta di conferma agli altri membri della comunità. In quei momenti tornare al passato non è un guardare indietro, ma uno stare nel presente, a rinsaldare il legame sociale. Più che nostalgia, è una pratica di riconoscimento.

  1. Quanto tempo serve per iniziare da zero un lavoro di questo tipo?

Serve tempo, spesso più di quanto si immagini. La partecipazione arriva lentamente. Nei primi mesi è difficile entrare davvero in una comunità e a volte le persone non si ricordano nemmeno il tuo nome. La fiducia si costruisce nel tempo, a Giorgino ad esempio abbiamo trascorso 3 anni. Per questo diffido molto di chi parla di partecipazione in progetti di tre mesi in cui la maggior parte delle decisioni sono già state prese. Quello è we-washing, non partecipazione.

Il lavoro partecipativo comincia quando la richiesta arriva direttamente dalla comunità. Il percorso si costruisce insieme e si rispettano le regole del consenso. Uso spesso il paragone con la psicoterapia. Decidi tu di andarci, nessuno può farlo al posto tuo. Ogni processo è unico perché parte da una storia unica. Richiede presenza, ascolto, capacità di restare anche quando emergono tensioni o conflitti. Non può essere accelerato né governato dall’esterno. Può solo essere accompagnato.

memoria,archivi,comunità,partecipazione,territori,processi,arte,ricerca,cultura,identità,storie,archivio,ascolto,relazioni,pratiche,documenti,fotografia,patrimonio,tempo,politica
Lorenzo Mori e gli abitanti di Giorgino
  1. Che impatto ha questo lavoro sulle comunità?

Per scelta etica lavoriamo con comunità che vivono condizioni di marginalizzazione e crisi profonde. Spopolamento, legami sociali indeboliti, sfruttamento, mancanza di prospettive. In molti casi si è interrotto il racconto del “chi siamo” e del “dove vogliamo andare”.

In questi contesti la memoria diventa uno strumento politico. Significa riprendere parola e tornare a raccontarsi, senza lasciarsi definire da narrazioni esterne che spesso manipolano la realtà e nascondono interessi. È un passaggio delicato, ma decisivo, perché riguarda la possibilità per una comunità di riconoscersi come soggetto e non come oggetto di politiche o storytelling altrui.

  1. Come fate a lavorare con materiali e storie così diverse tra loro?

L’archivio cresce in modo orizzontale e continua nel tempo. Le persone portano nuovi materiali, riscrivono le didascalie, riorganizzano le categorie. Tutto resta nelle loro mani anche dopo che ce ne siamo andati, insieme agli strumenti per continuare a usarlo.

Il nostro ruolo è accompagnare il processo e prenderci cura del contesto, senza sostituirci a chi quelle storie le ha vissute. Penso spesso all’immagine di un campanile che si abbassa mentre gli altri salgono, fino a trovarsi più o meno alla stessa altezza. Nessuna memoria pesa più di un’altra. All’inizio emerge spesso una narrazione apparentemente condivisa, ma fragile, accettata perché… è meglio di niente. Quando il processo entra davvero nel vivo, quella superficie si incrina e lascia spazio a conflitti e fratture. Ed è allora che il gioco inizia davvero.

  1. Che effetti ha avuto questo progetto sui territori?

Penso a un progetto realizzato nel centro della Sardegna, in un paese di circa quattrocento abitanti. Prima appariva immobile, segnato dalla sfiducia, senza iniziativa collettiva.

Dopo il lavoro sulla memoria qualcosa si è rimesso in moto: è rinata la Pro Loco, sono ripartiti i laboratori culturali, la biblioteca è diventata un punto di raccolta di storie e documenti familiari. Non si tratta di “rigenerazione” nel senso retorico del termine, né di animazione culturale. Si tratta di un cambiamento più profondo: la riattivazione di una capacità collettiva di prendere parola e di agire.

Costruire un archivio, in questo senso, non serve a conservare il passato, ma a rimettere in circolo potere simbolico. Serve a spostare il baricentro delle decisioni, a ricostruire fiducia, a creare le condizioni perché una comunità torni a immaginare e negoziare il proprio futuro. Questo, per me, è il senso politico del lavoro sulla memoria: non raccontare ciò che è stato, ma rendere di nuovo possibile ciò che può ancora accadere.

Grazie mille Lorenzo, per la tua disponibilità e la chiarezza. Vi auguriamo un futuro pieno di esperienze memorabili!

Di seguito i contatti per chi volesse saperne di più…

23 gennaio 2026

Riverrun
riverrun.it

MEMORABILIA
memorabilia.digital

Condividi