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Contro-memorie: voci, letteratura e culture nel Mezzogiorno – Intervista a Celeste Miriaka

Una conversazione su ciò che ci forma, ci rompe e poi, forse, ci rimette insieme.

A cura di Ylenia Desirée Zindato

Lenzuola bianche, stropicciate, stese. Corpi amati, accarezzati, violati. Storie intime, private, politiche. I versi di Celeste Miraka arrivano come diapositive, istantanee, immediate, necessarie. Come il tè al latte caldo in gola quando fuori piove e il riscaldamento ha smesso di funzionare. Irene, Simona, Sofia, sono corpi vivi, reali. Voci autentiche per una raccolta di poesie a metà strada fra l’Haiku, il verso libero e la militanza alla Howl di I. Allen Ginsberg. 

“Eppure forse ti ho amata/di un amore nucleare/quelli che non puoi amare/che distruggono tutto ciò che è intorno/ che travolgono, che soffiano passione/che soffiano delusione/che sono tempesta […]/Mi infastidiva avere voglia di vederti/E mi infastidiva vederti/però poi mi guardavi e mi chiedevi di restare/e io non sapevo protestare/dirti che mi facevi male con il tuo potere/che dovevi lasciarmi andare/se non sapevi amare/Forse ti ho amata/perché hai l’indifferenza/di tutte le persone che amo/forse ti ho amata per questo/ma ora ho smesso, di volermi male/[…] Ed è lì che ho capito che ci eravamo amate, male/ – Che poi ho parlato di amore, ma non l’amore quello/convenzionale delle coppie, sia chiaro, quello/sarebbe stato un suicidio.”

Celeste Miraka, origini albanesi, casertana di nascita e romana di adozione, classe 2000. Laureata in Filologia Moderna alla Sapienza di Roma, inizia a frequentare il mondo della Poetry Slam – partendo da una lavagnetta in mano per poi passare al microfono – e partecipa al progetto di poesia performativa Questa Cosa Queer. Con Articoli Liberi Editore ha pubblicato la sua opera d’esordio: Queer Poems, nel 2025..

Leggendo le tue poesie, la prima cosa a cui ho pensato, e che salta subito all’attenzione, è una questione che già Mark Fisher aveva sollevato analizzando il legame fra depressione, psicofarmaci e struttura capitalistica della società, e cioè che ogni atto privato, intimo è in realtà anche un atto politico. Le lotte, le resistenze, passano attraverso storie individuali di amori liberi, di corpi. Persino il titolo già si schiera e ti invita a prendere una posizione. Ma quanto è presente Celeste in questi versi? E quanto arco temporale abbracciano le composizioni? Quanto è cambiata Celeste dalla prima poesia sul primo amore all’ultima più esplicita e carnale?

Sicuramente il mio obiettivo nella scrittura è quello di partire dal personale per farlo diventare politico. La mia scrittura parte da un bisogno personale, un bisogno di processare i miei grandi macigni interiori, per poi elaborarli: so di averli, scrivo, diventano reali, riesco a parlarne. Ma in seconda battuta, l’obiettivo è: io ti porto la mia storia che può essere la tua, la sua, la nostra. La mia speranza è che le persone possano leggere i miei versi e dire: “Si anche io ci sono in questa storia qui” e “sei tu che me l’hai portata”. Ecco perché anche, scrivo in modo così diretto e semplice, umano e quotidiano – non sono mai stata fan dei versi ermetici, manieristici in cui si fa fatica ad entrare – proprio per arrivare a tutti. In questi versi di me c’è tutto, parto da quel che mi accade nella vita quotidiana, e la raccolta segue un filo cronologico che va dal 2021 fino ad arrivare al 2025, con la narrazione di un amore che esisteva solo se faceva male – sicuramente anticamera di un bagaglio personale e familiare da elaborare ancora – e che sentivo di meritare solo se mi faceva soffrire. Per molto tempo ho pensato che la tristezza fosse l’unica emozione a farmi sentire viva, creativa e innamorata. Dagli amori incompiuti per Alessia, Asia, Irene, fino ad arrivare alla mia ultima relazione più matura con Simona, in cui ho finalmente compreso che l’amore deve far star bene, e che posso anche scriverne. E per me è stata una grande scoperta, capire che posso scrivere, sorridendo.

In alcuni versi emerge fortemente il legame col territorio d’adozione, ovvero Roma: da Un lento a Torpignattara al quartiere Garbatella. Ma volevo chiederti quanto influenza invece il luogo di nascita, cioè Caserta, o le tue origini albanesi, sulla tua identità, sul chi sei, e sul tuo modo di scrivere?

Per me Roma è stata una grande porta che mi si è spalancata dentro all’improvviso, ed è stata Roma a cambiarmi, migliorarmi e a farmi diventare quella che son ora. Ho avuto la possibilità di trovarmi in un posto nuovo che non mi conosceva, e quindi la possibilità di nascere per la seconda volta, di reinventarmi; io considero Roma la mia seconda madre, una madre che ho scelto e una nascita che ho voluto e non che mi è capitata. Esistono tante realtà, tante persone, e io posso esistere, come voglio. Mi ha aiutato in tutto, questo luogo, soprattutto nel mio percorso di identità come donna lesbica. E anche la scrittura è uscita fuori da qui, dall’inizio della mia vita romana, un po’ come se finalmente quella parte di me potesse esistere, oltre i bigliettini lasciati sparsi dalla me adolescente a mia madre. E io banalmente però io ho iniziato a sentirmi una donna del Sud, proprio una volta arrivata a Roma, e inconsciamente ho costruito una rete di conoscenze e amori fuorisede, tutti provenienti dal Sud come me. È ormai prassi che molta gente del meridione emigri verso il centro/Nord, per svariate questioni sociali e culturali note, ma piano piano ho cominciato a sentire che queste questioni erano per me una lotta, perché non possiamo raccontarci ancora la frottola che l’Italia sia una nazione unita. So di essere una donna del Sud, e so che non sarei potuta nascere da nessun’altra parte in realtà, con tutto il dolore, la lotta e tutte le difficoltà personali derivate dal fatto di nascere in un piccolo comune dal nome  Riardo, un paesino di duemila anime, noto per la produzione della Ferrarelle.

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Celeste Miraka, Queer Poems, Articoli Liberi, 2025.

In alcuni versi emerge fortemente il legame col territorio d’adozione, ovvero Roma: da Un lento a Torpignattara al quartiere Garbatella. Ma volevo chiederti quanto influenza invece il luogo di nascita, cioè Caserta, o le tue origini albanesi, sulla tua identità, sul chi sei, e sul tuo modo di scrivere?

Per me Roma è stata una grande porta che mi si è spalancata dentro all’improvviso, ed è stata Roma a cambiarmi, migliorarmi e a farmi diventare quella che son ora. Ho avuto la possibilità di trovarmi in un posto nuovo che non mi conosceva, e quindi la possibilità di nascere per la seconda volta, di reinventarmi; io considero Roma la mia seconda madre, una madre che ho scelto e una nascita che ho voluto e non che mi è capitata. Esistono tante realtà, tante persone, e io posso esistere, come voglio. Mi ha aiutato in tutto, questo luogo, soprattutto nel mio percorso di identità come donna lesbica. E anche la scrittura è uscita fuori da qui, dall’inizio della mia vita romana, un po’ come se finalmente quella parte di me potesse esistere, oltre i bigliettini lasciati sparsi dalla me adolescente a mia madre. E io banalmente però io ho iniziato a sentirmi una donna del Sud, proprio una volta arrivata a Roma, e inconsciamente ho costruito una rete di conoscenze e amori fuorisede, tutti provenienti dal Sud come me. È ormai prassi che molta gente del meridione emigri verso il centro/Nord, per svariate questioni sociali e culturali note, ma piano piano ho cominciato a sentire che queste questioni erano per me una lotta, perché non possiamo raccontarci ancora la frottola che l’Italia sia una nazione unita. So di essere una donna del Sud, e so che non sarei potuta nascere da nessun’altra parte in realtà, con tutto il dolore, la lotta e tutte le difficoltà personali derivate dal fatto di nascere in un piccolo comune dal nome  Riardo, un paesino di duemila anime, noto per la produzione della Ferrarelle.

Vorrei parlare adesso di Mangatan. Quali origini ha questa parola? E cosa significa, quale metafora rappresenta per te?

Quella poesia è nata in un pomeriggio in cui feci un laboratorio di scrittura dedicata al multilinguismo (sia esterno che interno, e dunque sia lingue straniere sia i nostri dialetti) tenuto da una ricercatrice in Francia e poeta Rachele Gusella: bisognava pescare una delle parole intraducibili che lei sceglieva per noi e comporre una poesia. E io estrassi appunto Mangatan, parola di origine inglese che significa la linea della luna riflessa sull’acqua. La luna mi ha sempre affascinato, come elemento della natura misterico con la sua superficie piena di crateri, macchie, buchi, ombre. E poi c’è l’acqua, che per me è elemento salvifico, in particolar modo in riferimento al mare. Non tanto il mare per starci dentro, ma più il guardarlo da fuori, nel suo essere infinito e incontrollabile. La luna, il mare o il cielo, sono elementi che ti affascinano e allo stesso tempo di incutono timore. Non credo all’arroganza dell’uomo di scienza che crede di poter controllare la natura coi suoi esperimenti. La natura sfugge sempre. Era di questo che volevo scrivere.

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Celeste Miriaka

Un altro tema centrale,  e confesso, quello da me più amato, è quello della maternità a cui dedichi versi strazianti e bellissimi: sul senso di colpa, sulla violenza, sul mancato amore, sul corpo di donna che non sceglie: su questo amore incondizionato ma bellissimo. Volevo chiederti come ti poni nei confronti della maternità?

Il tema della maternità è entrato nella mia vita al terzo liceo, quando la mia professoressa di Letteratura Italiana ci diede da leggere Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci. Che rilessi in modo più consapevole ai tempi dell’università, quando matura in me il senso di colpa, molto forte, di essere figlia, di essere una persona che ha inevitabilmente cambiato la vita di  mia madre; una mamma a cui è stata negata la possibilità di continuare a esser donna dopo esser diventata madre. E che probabilmente non ha scelto di diventare madre. Sento l’amore incondizionato di mia madre come una colpa, sento il sacrificio, la fatica, la stanchezza nel crescermi, ma allo stesso tempo mi dico Io non l’ho chiesto, non ho deciso io di venire al mondo, è stata una tua presa di posizione. E quindi quel dialogo di Oriana Fallaci che parla a un non-essere nella sua pancia – sempre Oriana nel libri successivi avrà la possibilità di declinare la maternità in modi altri, come l’adozione di una bambina in Vietnam – ha dato voce ai miei pensieri, sul nascere o meno, sulla maternità che prima rifiutavo, perché rifiutavo l’idea di imporre una mia decisione a un essere che non può scegliere, via via però mi son data la possibilità di cambiare idea e magari un giorno di diventare madre, con tutte le difficoltà che una donna lesbica deve affrontare. Proprio ultimamente ho iniziato a scrivere svariate pagine sul tema, immaginandomi come donna che attende, e che forse, chissà, diventerà un mio prossimo libro, in prosa questa volta.

E adesso capovolgendo la domanda precedente: che rapporto hai col paterno, con la figura maschile quasi assente? E te lo chiedo da seguace di Valerie Solanas (S.C.U.M.) e dunque con tutti i crismi del caso.

Il rapporto con il maschile e con la figura di mio padre, è un rapporto anche questo basato su un grande senso di colpa, e su una rabbia molto grande, ed è un non-rapporto. Io ho scoperto molto tardi dinamiche disfunzionali legate a mio padre. Non ho mai vissuto con lui, se non quando ero molto molto piccola e di cui non ho memoria. All’inizio avevo uno sguardo fiabesco e infantile su questa figura che ogni tanto appariva e ti portava dei regali, che va bene fino ai nove anni, ma quando inizi a crescere e a non essere più la creatura che puoi mettere e togliere dove vuoi e inizi a farti e porre delle domande, le cose cambiano, e difatti sono cambiate. Credo di essermi sempre pensata e definita, soprattutto oggi, come figlia di mia madre, e basta. E lo ero per tutti. Fin da bambina, in paese, nessuno mi chiedeva di mio padre, e io a volte mi chiedevo il perché. Era tutto normale, quella cosa si sapeva e non si nominava. In casa mia non si nominava, se non per rispondergli al telefono, e io dovevo rispondergli perché era mio padre, senza che nessuno mi chiedesse se volevo parlarci sul serio. E senza che nessuno mi dicesse la figura patriarca e violenta che è stata. Ad oggi è un (non) rapporto, quello col maschile e il paterno, che io rivendico. Credo che parlarne sia importante, anche attraverso i filtri della rabbia e della colpa, che mi hanno comunque fatto riscoprire le mie origini albanesi (di cui fino a ora mi trascinavo il nome, con quella k esotica di cui tutti chiedono), e ho capito, ad oggi, che non voglio sottrarmi alla mia parte paterna, perché anche se è una parte tossica e violenta, io sono figlia, mio malgrado, anche di quella parte lì.      Anche se, ribadisco, non può mancarti una cosa che non c’è.

Ultima domanda: tutti coloro che scrivono sono per forza di cose grandi lettori, quali sono le tue reference, i poeti/poetesse a cui ti ispiri? E che progetti hai per il futuro?

Effettivamente sono una grande lettrice, leggere è importante e ti salva la vita, e quando non voglio la mia vita scelgo la vita nei libri. Leggo più prosa, narrativa, e mi discosto dai canoni metrici della poesia-tipo. Al momento uno dei miei scrittori preferiti è John Steinbeck, e in Furore ho trovato tutta l’umanità possibile, nella devastazione. Adesso sto leggendo Gli Anni di Annie Ernaux, scrittura diretta quotidiana, una scrittura toccabile, vicina. Mi sono appassionata anche ai carteggi, alle lettere, come lo scambio epistolare fra Virginia Woolf e Vita Sackville-West in Scrivi sempre a mezzanotte, oppure Anime Gitane di Violet Trefusis. Ma anche alcuni studi universitari hanno influenzato i miei gusti, come autori cercati per la mia tesi sulla letteratura post-coloniale, in particolare sulla letteratura italiana albanese, come Vergine Giurata di Elvira Dones.

Ciao! Sono Ylenia. Mi trovi Una Volta al Mese su mezzodi.it, a consigliarti un libro o anche più di uno. Ma oltre ai consigli di lettura qui puoi trovare storie, eventi culturali, interviste e divulgazione circa la complessa quanto mai suggestiva identità meridionale aperta e libera da pregiudizi, credenze o stereotipi. Dalla Sicilia alla Sardegna, lungo tutta la Calabria. E poi Basilicata, Abruzzo, Molise, Puglia, Campania. Per una memoria collettiva e territoriale da non perdere fra le vie della globalizzazione. Io sono Ylenia e vi aspetto qui a cadenza mensile: e vi ricordo che io non so nulla e non sono nessuno, ma non posso fare a meno di sviluppare un’opinione personale su ogni cosa e mi piace l’idea di condividerla con voi. Ça va sans dire.

Ylenia Desirée Zindato è nata a Reggio Calabria il 15 maggio 1992. È laureata in Storia e Filosofia e specializzata in Filosofia Contemporanea al Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina, con una tesi su Merleau-Ponty e l’Embodied Cognition. Ha un’ossessione insana per le ostriche, il sashimi e il Big Mac. È insegnante precaria di filosofia e storia nei licei. Lavora da diversi anni con la compagnia teatrale “Mana Chuma Teatro” come assistente alla regia. Cura una newsletter mensile con la rivista online Etimologia Magazine; con S4M ha pubblicato un suo primo memoir dal titolo Lettere a una Madre e recentemente un racconto breve sulla rivista letteraria di Articoli Liberi.

Bibliografia essenziale:

  • Elvira Dones, Vergine giurata, Feltrinelli, 2007.
  • Annie Ernaux, Gli anni (Les Années), Gallimard, 2008.
  • Oriana Fallaci, Lettera a un bambino mai nato, Rizzoli, 1975.
  • Mark Fisher, Capitalist Realism: Is There No Alternative?, Zero Books, 2009.
  • Allen Ginsberg, Howl and Other Poems, City Lights Books, 1956.
  • Celeste Miraka, Queer Poems, Articoli Liberi, 2025..
  • John Steinbeck, Furore (The Grapes of Wrath), Viking Press, 1939.
  • Violet Trefusis, Anime gitane.
  • Virginia Woolf e Vita Sackville-West, Scrivi sempre a mezzanotte (raccolta di lettere).

17 febbraio 2026

IG: @diari_a_babordo

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