Sicilia. Contro-memorie: voci, letteratura e culture nel Mezzogiorno – Gaspare Balsamo e l’arte del cuntista. Workshop a Centuripe
Un viaggio nel cunto siciliano, dove voce, gesto e memoria trasformano un’antica arte orale in strumento vivo del presente.
A cura di Ylenia Desirée Zindato e Vittoria Tropea
Il cunto siciliano rappresenta uno dei cimeli più preziosi dell’antico folklore isolano, una testimonianza vivissima che ci riporta direttamente al lontano Ottocento. Oggi, a secoli di distanza, l’identità di questo genere resta intatta, non si sgretola sotto il peso del tempo e trova la sua perfetta rimodulazione in chiave moderna: inizialmente tramandava le gesta dei Paladini di Francia e del ciclo carolingio, oggi il cunto si fa portavoce di storie contemporanee. Una cosa resta immutata e immutabile: la nuda voce. Con una grammatica spaziale, visuale, simultanea, la voce del cuntista si fa “verbo”, azione, corpo e carne: da ascoltare, cogliere, digerire e vivere, perché il linguaggio, ci ricorda Wittgenstein, non è descrizione, ma uso, disuso, abuso. Nella magia dell’affabulazione della parola incontriamo chi la storia del cunto la fa, la disfa,la ricrea, in costanti tentativi inediti di contaminazione, gesti, mimica, ritmo, miti e respiri.
“Sotto il segno del cunto” è un workshop nato dall’esigenza di valorizzare e riscoprire questa forma d’arte fatta di ritmo, voce e respiri. Giorno 9 Maggio, a Centuripe (EN), all’Ex Chiesa del Purgatorio dalle ore 10:00 alle 13:00, Gaspare Balsamo condurrà una lezione-spettacolo alla scoperta delle tecniche narrative e del potere della voce, offrendo al pubblico l’occasione di guardare a questa antica arte squisitamente mediterranea non come a un ricordo del passato, ma come a una lente d’ingrandimento per decifrare il presente.

La filosofa Adriana Cavarero, racconta di una genealogia della narrazione di natura femminea – si pensi alla figura di Sheherazade o a una più moderna Karen Blixen – allora secondo te perché storicamente e per tradizione conosciamo unicamente cuntisti maschi? E ad oggi conosci il lavoro di una cuntista donna che segui e stimi? Ci fai qualche nome?
Se ci riferiamo ai narratori epico-cavallereschi in generale, a quel tempo erano esclusivamente gli uomini che praticavano questa arte narrativa, ma in verità come sappiamo dal resoconto e dalla testimonianza preziosa di Giuseppe Pitrè, nell’Ottocento, e quindi anche prima, in Sicilia erano le donne che praticavano la narrazione popolare. Pitrè ci riporta un enorme repertorio di letteratura popolare raccolto direttamente dalla bocca di queste donne, un repertorio vastissimo a cui appartenevano centinaia di storie. Inoltre la cosa ancora più interessante e importantissima da un punto di vista estetico e performativo è il fatto che Pitrè ci riporta una testimonianza precisa e attenta dei modi e delle forme con cui esse procedono ed eseguono il racconto, dice Pitrè: «esse salgono sulle sedie, sui tavoli, gesticolano, trasformano i loro volti e cambiano la voce e danno caratteri a i loro personaggi». Come si evince da quanto riportato, non si tratta di donne che improvvisano il racconto in maniera amatoriale e dilettantesca ma sono invece delle narratrici che praticano giornalmente, con dei caratteri e delle specificità precise, e questo ci dimostra che esisteva una pratica quotidiana della narrazione popolare che era quasi esclusiva, e appartenente alle donne. Oggi esistono molte attrici che praticano la narrazione in generale in teatro e tantissime cantantesse e autrici che calcano la scena. Cuntiste vere e proprie forse no perché in verità del cunto epico se ne conosce poco l’esistenza e la matrice culturale.
Ti sei formato a Roma: dalla Sapienza, all’Accademia teatrale dell’Orologio alla Silvia D’Amico, fino all’incontro col maestro Mimmo Cuticchio. Quanto è stato determinante nella tua formazione artistica e nel recupero identitario delle tue radici? Cosa ti porti dietro, da questo incontro, e cosa invece abbandoni in un doveroso parricidio generazionale?
La mia è una formazione nata e sviluppata prima sulle tavole dei palcoscenici delle accademie, delle aule universitarie, nelle stanze dei seminari e dei laboratori, e poi dentro le stanze del mio cuore e della mia mente. L’incontro con Mimmo è stato importantissimo perché mi ha dato la possibilità di conoscere la sua storia, il suo modo di fare teatro, il suo lavoro con il cunto e con l’Opera dei Pupi. E tutto questo mi ha permesso di risvegliare il fuoco antico e personale che arde sempre dentro ognuno di noi. Ci portiamo dietro ogni cosa di ogni esperienza bella o brutta che sia. Il parricidio non appartiene alla mia visone delle cose in generale, ne tantomeno in ambito artistico. Sono però consapevole di quanto questa epoca sia invece indifferente e lontano dai valori della trasmissione e della maestria e ogni giorno ne vediamo le conseguenze nefaste.
Si parte sempre da una “spada”? La semiotica del bastone cosa rappresenta in modo unico e personale dentro di te? E cosa puoi dirci altro di inusuale e inedito su questo misterioso, magico mestiere del narrare?
La spada o il bastone tra le mani del narratore scandiscono i ritmi del racconto sostenuti anche dal battito del piede a terra e sono un sostegno alla parola eloquente. In generale poi la spada o il bastone a livello simbolico rappresenta il potere della parola. Una parola tagliente, una voce che verga.

Ciao! Sono Ylenia. Mi trovi Una Volta al Mese su mezzodi.it, a consigliarti un libro o anche più di uno. Ma oltre ai consigli di lettura qui puoi trovare storie, eventi culturali, interviste e divulgazione circa la complessa quanto mai suggestiva identità meridionale aperta e libera da pregiudizi, credenze o stereotipi. Dalla Sicilia alla Sardegna, lungo tutta la Calabria. E poi Basilicata, Abruzzo, Molise, Puglia, Campania. Per una memoria collettiva e territoriale da non perdere fra le vie della globalizzazione. Io sono Ylenia e vi aspetto qui a cadenza mensile: e vi ricordo che io non so nulla e non sono nessuno, ma non posso fare a meno di sviluppare un’opinione personale su ogni cosa e mi piace l’idea di condividerla con voi. Ça va sans dire.
Ylenia Desirée Zindato è nata a Reggio Calabria il 15 maggio 1992. È laureata in Storia e Filosofia e specializzata in Filosofia Contemporanea al Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina, con una tesi su Merleau-Ponty e l’Embodied Cognition. Ha un’ossessione insana per le ostriche, il sashimi e il Big Mac. È insegnante precaria di filosofia e storia nei licei. Lavora da diversi anni con la compagnia teatrale “Mana Chuma Teatro” come assistente alla regia. Cura una newsletter mensile con la rivista online Etimologia Magazine; con S4M ha pubblicato un suo primo memoir dal titolo Lettere a una Madre e recentemente un racconto breve sulla rivista letteraria di Articoli Liberi.
Bibliografia essenziale:
- Gaspare Balsamo, Sotto il segno del cunto. Melos, Epica fera, Omu a mari, Muciara, Ciclopu, Camurria, Spoleto, Editoria & Spettacolo, 2021.
- Adriana Cavarero, A più voci. Filosofia dell’espressione vocale, Milano, Feltrinelli, 2003.
- Adriana Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Milano, Feltrinelli, 1997.
- Mimmo Cuticchio, La nuova vita di un mestiere antico. Il viaggio con l’Opera dei Pupi e il Cunto, Napoli, Liguori, 2011.
- Giuseppe Pitrè, Fiabe, novelle e racconti popolari siciliani, Palermo, L. Pedone Lauriel, 1875.
- Valentina Venturini, a cura di, Dal cunto all’opera dei pupi. Il teatro di Cuticchio, Roma, Audino, 2004.
- Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1967.
07 Maggio 2026
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