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Materia ibrida: arte, cultura e digitale – Mostre immersive tra reinterpretazione dell’opera e crisi definitiva dell’arte

Artisti trasformati in celebrità pop, costante concretizzarsi di un nuovo modo di intendere l'opera: le mostre immersive si muovono oggi su un crinale funambolico, sospese tra divulgazione di massa e rischio di smarrire concetti chiave dell'esperienza estetica.

a cura di Vittoria Tropea

Il bisogno di trovare inedite forme di comunicazione oggi trova grande espressione nell’utilizzo delle nuove tecnologie e, nello specifico, nella loro applicazione in campo artistico. Tra i risultati più evidenti di questo mélange spiccano le mostre immersive che popolano le città d’arte d’Italia. Sono spesso pubblicizzate come vere e proprie esperienze capaci di proporre un nuovo modo di osservare e intendere l’arte: non più un rapporto distaccato e frontale, bensì un autentico dialogo che consenta al visitatore di abitare lo spazio artistico e vivere l’opera.

Tali produzioni, tuttavia, spesso si traducono in tentativi azzardati, svogliati e talvolta frettolosi di dare una veste contemporanea al legame tra visitatore e arte, e mancano l’obiettivo di porsi come uno strumento per lo sviluppo di una reale sensibilità estetica in chi vive la mostra e, allo stesso tempo, di dare vita a nuove modalità di interpretazione critica dell’opera. Assistiamo oggi, come evidenziato da testate quali Antinomie, a ciò che viene definito un esporre l’assente: un’espressione brillante per sintetizzare l’incompiutezza delle premesse e il mancato dialogo tra le nuove tecnologie e l’arte.

Il voler far conoscere le opere a un pubblico sempre più eterogeneo, nell’atto pratico, palesa debolezze strutturali e alimenta riflessioni circa gli aspetti deficitari comuni a molte mostre immersive. A rendere espliciti tali limiti concorre in primo luogo la tendenza a ridurre l’offerta multimediale ai soliti nomi noti come Van Gogh, Caravaggio e Frida Kahlo: artisti che nella nostra epoca hanno trovato un nuovo ruolo e si sono trasformati in vere e proprie icone, al pari delle celebrità del cinema. Si assiste così, attraverso il fenomeno delle mostre immersive, a una divinizzazione di tali personaggi che, di contro, condanna a un lento e inesorabile processo di oblio il resto dei maestri dell’arte.

Questo controsenso, dalle fattezze digitali, lo si può respirare nelle ampie sale ricoperte di schermi o proiettori che raffigurano le opere più famose, che oggi faticano sempre più a svincolarsi dall’etichetta “mainstream”. I visitatori entrano in queste camere buie per ritrovarsi immersi in una notte stellata mal scontornata che, con qualche ritocco, viene prontamente condivisa sui canali social e contribuisce allo sviluppo del trend. Il limite principale di questo meccanismo sta nel favorire una fruizione passiva, dove il pubblico si limita a subire un forte stimolo visivo per ottenere uno scatto da pubblicare, anziché essere stimolato a sviluppare uno sguardo critico e attivo, capace di interrogare davvero l’opera. È il fenomeno di consumo rapido analizzato da Finestre sull’Arte in merito alla mostra Inside Van Gogh, dove l’esperienza si riduce a un linguaggio da videoclip in cui la complessità viene tradotta in mera decorazione da consumare in fretta.

In altri contesti ci si ritrova di fronte alla proiezione fluttuante dell’artista che racconta la storia della propria vita. Delle sue parole, tuttavia, rimane poco: spesso l’attenzione si focalizza sul goffo movimento digitale della bocca o sul tono meccanico e artificiale della voce. Tutto questo contribuisce ad alimentare una visione dell’arte come cheap product: un bene di consumo superficiale, utile soltanto ai visitatori per garantire sui social quei famosi quindici minuti di fama profetizzati da Warhol.

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L’arte, ad oggi, si riduce a questo? Le tecnologie hanno sancito la sua crisi definitiva? Tali domande balenano nella mente degli spettatori più acuti, magari proprio mentre si tolgono il visore VR che ha appena proiettato davanti ai loro occhi frammenti della vita dell’artista tra bug, imprecisioni grafiche e strafalcioni tecnici.

Le mostre immersive possono costituire indubbiamente un’esperienza valida, ma solo quando ne vengono monitorate la qualità e le modalità con cui i messaggi raggiungono il pubblico. Concetti come quello di Disegno, enunciato già nel 1550 da Giorgio Vasari nelle sue Vite come l’atto fisico, manuale e intellettuale indispensabile per dare corpo all’idea, oggi sembrano piegarsi alle logiche stringenti del puro intrattenimento. Quest’ultimo rischia di trasformare i grandi maestri in pedine di una mercificazione dell’arte capace di svuotare il senso stesso della contemplazione.

Rendere l’arte un mero strumento “usa e getta” cala un’ombra sui valori originari dell’ apporto tecnologico in campo artistico, che dovrebbero tendere in primis verso istanze di prim’ordine nella società odierna, quali l’innovazione e l’inclusione.

Schermi piatti, visori e storie interattive rappresentano il baluardo digitale del desiderio di ammaliare il grande pubblico e di avvicinare le masse al fenomeno dell’arte, nel tentativo di infondere il germe di una sensibilità artistica che, nell’era dei social e del digitalismo spietato, sembra svanire sempre più. Educare al bello rimane un processo complesso e, in un’ottica volta al consenso, le mostre immersive tendono a tradursi in operazioni di conventional pleasing.

Se da un lato il supporto delle tecnologie offre soluzioni brillanti per l’accessibilità a visitatori con disabilità sensoriali, dall’altro l’universo delle mostre immersive sembra rispecchiare le stigmate del nostro tempo attraverso un focus esasperato sul mezzo, e finisce per trascurare i significati intrinseci dell’opera. Quanto profetizzato da Marshall McLuhan trova perfetta sintesi nella celeberrima frase di John Mc Culkin: «We shape our tools and thereafter our tools shape us» e costituisce ormai la nostra quotidianità e testimonia un processo in cui il pensiero critico e l’educazione estetica vengono subordinati alle logiche digitali. Questa comunicazione si traduce in un incedere claudicante e porta in grembo le manchevolezze, figlie della crescente digital overstimulation del pubblico, colpevole del drastico calo della soglia dell’attenzione.

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Lo scenario tracciato dal sociologo canadese appare complesso, ma rende esplicita la necessità di ridefinire questo rapporto: non si tratta di detronizzare il mezzo tecnologico, quanto di affiancarlo al puro concetto di fruizione dell’arte, affinché il primo diventi la vera e propria cassa di risonanza del secondo.

Su questa linea si muove il Sud, che non rimane a guardare e indaga attivamente sul rapporto che intercorre tra tecnologie e arte alla ricerca di un nuovo modo di intendere l’opera: in chiave moderna ma con un occhio attento al passato.

Le mostre immersive assumono il compito di riportare alla memoria del pubblico luoghi e siti culturali aggiungendo, in questo complesso dialogo, un terzo interlocutore: il territorio. Al tool tecnologico viene dato ampio spazio, ma questo diviene mezzo di un periodo storico, dell’architettura e dell’arte di un luogo. Il risultato? Oggi cimeli storici e luoghi del territorio vengono strappati all’oblio del tempo, trovano nuove forme per fruire la propria arte grazie alle tecnologie e riescono, in chiave nuova, ad emozionare e raccontare al pubblico.

È il caso del progetto Meta Experience, inaugurato a Palermo nel 2022 a Palazzo Reale. Nato in collaborazione con la Fondazione Federico II e Forma Rei Onlus, questo “spazio creativo” è espressione di un’arte divulgativa che si affida alla tecnologia e alla digitalizzazione della testa dell’Ottaviano Augusto e di copie di capolavori come il Giovinetto di Mozia o il Satiro Danzante, mostrati al pubblico in grandezza reale grazie all’opera di stampanti 3D che utilizzano materiale ecosostenibile. Il carattere immersivo del progetto si manifesta nella realizzazione dell’“Infinity Room”: uno spazio interamente digitale in cui lo spettatore può creare il proprio avatar e andare alla scoperta di opere protagoniste di un sempre più ampio processo di digitalizzazione, fruibili sia dal pubblico che dagli addetti ai lavori.

Tale dialogo trova una nuova e interessante declinazione nel corso del 2025, col progetto CHORAL, cofinanziato dal programma europeo Interreg Italia-Malta. Nato a seguito delle giornate di digitalizzazione e del workshop internazionale presso la Real Casina Cinese di Palermo, il progetto ha favorito la creazione del “memory twin” di uno dei monumenti più affascinanti della città. Grazie alla cooperazione tra Heritage Malta, l’associazione ARCES e il coordinamento del docente dell’Università di Palermo nonché project manager Dr. Alessandro Pernice, l’impiego di micro-droni, rilievi digitali e fotogrammetria 3D ha permesso di mappare esterni, interni e dettagli a 360°. Sebbene questa mappatura non risponda al concetto di “mostra immersiva” tradizionale, agisce in un modo differente e concreto: permette allo spettatore di immergersi direttamente nel sito, di scoprirlo e analizzarlo con i propri occhi, riscoprendo un cimelio del passato che non ha perso la forza di raccontarsi.

Grazie a questa sinergia tangibile tra università, enti di ricerca e istituzioni, si concretizza un’azione mirata a ridisegnare le strategie di fruizione estetica. L’obiettivo è affrancare, una volta per tutte, l’opera d’arte dal feticcio commerciale da botteghino e restituire alla tecnologia il suo ruolo autentico: non più scorciatoia visiva, ma uno strumento di ricerca rigoroso e inclusivo, capace di coniugare la tutela della memoria con la forza narrativa del presente.

Bibliografia e sitografia

Vittoria Tropea

28 settembre 2026

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