Davide Casile

Sono nato nel 1981 a Reggio Cal. (periferia sud). Il più datato reperto grafico autografo risale al 1983 ed è una mucca. A Natale si raccoglieva il muschio per il presepe, con montagne in polistirolo, giornali e colla di farina. Alle elementari i compagni mi commissionavano i “vestiti da PANC” (punk): per 5.000 lire era un fiorire di smile, svastiche, siringhe gocciolanti, teschi, linguacce dei Rolling Stones, ecc. A sei anni vidi, per caso, la scena di The Wall in cui degli scolari finivano in un tritacarne: la cosa risultò enigmatica e inquietante. Effetti simili avevano la “pubblicità dell’AIDS” con O Superman di Laurie Anderson e la sigla di Twin Peaks. La prima volta che ho visto piangere un adulto ero a casa di una zia, commossa da una scena con Mario Merola. La seconda volta fu nel cortile: la fruttivendola piangeva come le persone nei telegiornali, perché le avevano appena ammazzato il figlio. Erano gli anni della II guerra di ’ndrangheta (1985–1991). Oltre agli omicidi, in strada c’erano l’eroina e molta musica neomelodica. Ma dalle porte aperte delle case popolari uscivano anche i Queen, i Ricchi e Poveri, i Depeche Mode, Mino Reitano, i Joy Division, Eros Ramazzotti (con quella cazzo di voce nasale) o quel coglione di Jovanotti (di cui avevo un cappello con la scritta “YO JOVANOTTI YO”). Vabbò, tagliando corto, crescendo ho fatto: striscioni per tifosi e gruppi ultrà della Reggina; il cameriere; a diciassette anni ho cominciato a fare icone bizantine; decorazioni su vetrine di negozi; il benzinaio; ritratti di persone vive e morte; pittura murale; ceri pasquali decorati; lavori di modellato; il facchino; poi l’arrampicatore; poi il responsabile del montaggio palchi; un po’ di illustrazione e incisione a puntasecca e a maniera nera; il manovale; il raccoglitore d’olive e il lavoratore nelle vigne. Da qualche anno incido e cerco di scolpire il legno; all’occorrenza faccio maschere e giganti folkloristici.

Natività e logos

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Davide Casile
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