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Calabria. Il Malu vecchiu è l’anno che non se ne vuole andare

Un’azione in strada a Reggio Calabria e una conversazione con Davide Casile.

di Agnese Samperi Migneco

Ciao a tutti! Oggi vi raccontiamo di un Malu vecchiu, figura rituale e perturbante, costruita e agìta come azione collettiva più che come spettacolo, che il 2 gennaio ha attraversato le strade di Reggio Calabria (in fondo all’articolo trovate il link al video).
Ne parliamo con Davide Casile, artigiano, pittore e scultore e protagonista di quest’intervista.
La scelta della data non è casuale: subito dopo il passaggio d’anno, quando il nuovo è già cominciato ma il vecchio continua a occupare spazio, il Malu vecchiu diventa il simbolo di ciò che non se ne vuole andare.

Portarlo in strada, senza palco e senza mediazioni, senza preavviso, significa imbattersi nelle persone e colloquiare con la loro percezione, con i loro sensi.
Da qui nasce questa intervista, che ripercorre il senso dell’azione, il testo che la accompagna e il lavoro materiale e politico (non partitico) che la rende possibile.

1. A cosa è dovuta la scelta dell’immagine dell’anno vecchio che non se ne vuole andare?

Nello specifico, il Malu vecchiu rappresenta un anno che non se ne vuole andare.
È una cosa abbastanza umana: il persistere, l’irrigidirsi su una posizione, spesso e volentieri anche con prepotenza. Ma il fatto che sia un fenomeno comune non vuol dire che non debba essere processato. Anzi, è proprio nella “banalità” delle cose comuni e quotidiane che risiedono i grandi quesiti. Se prendiamo in considerazione che, in origine, il termine banale indicava qualcosa che poteva essere usato dall’intera comunità per concessione del signore di un dato posto (controlla etimologia), allora diventa più chiaro quanto le azioni e i pensieri che compiamo ogni giorno siano direttamente collegati a questioni molto importanti (società, ecologia, politica, etica, ecc.). E che lì dove agisce un fenomeno risiedono pure i suoi pro e contro. Quale altra migliore occasione per formare ed esercitare il proprio senso critico?

L’idea nasce fondamentalmente da qui. Proporre una storiella semplice e banale: un anno vecchio ostinato a non passare. Ma un anno non può essere nient’altro che un anno, quindi il fatto che non se ne vada è un corto circuito. Il personaggio spende il suo potenziale in una attività esasperata ed esasperante. Un siparietto del genere in strada, alla portata di chiunque, tramite il supporto delle arti a disposizione, porta in sé, essendo una allegoria, una possibilità di ragionamento su vari livelli della realtà, rivitalizzando, pure, il linguaggio tradizionale col quale l’evento viene messo in atto.

Nel caso del Malu vecchiu si denuncia il fatto che ci sono modalità del potere che dovrebbero essere già state licenziate abbondantemente e invece continuano a esistere e a imporsi. L’anno trascorso è un anno in armi, ottuso, avido, fa parte di un periodo di imperialismi e propaganda sempre più becera, indirizzata ad un popolo esposto a forze che lo disprezzano e lo usano, e lo colpiscono senza ritegno alcuno (si va dalla banale pubblicità al fatto che i civili sono vittime primarie nei conflitti moderni).

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2. Quanto è legata al momento storico un’azione come questa?

Viviamo tempi simultaneamente interessanti e terribili. Il cambiamento degli assetti geopolitici, le emergenze ecologiche, il divario sempre più preoccupante tra ricchi e poveri, il problematico rapporto con la tecnologia e gli atteggiamenti reificanti. Questi fenomeni sono, a mio avviso, collegati all’antropocentrismo: fase problematica di una specie giovane come la nostra. In altre epoche concetto necessario per l’affermazione e la sopravvivenza sul pianeta, oggi fardello autodistruttivo.

Ovviamente ci risulta estremamente difficile accettare di affrontare la cosa, ma è proprio l’eccezionalità di questo periodo che dovrebbe stimolare il nostro interesse, la nostra immaginazione, la nostra voglia di sapere e di fare. Faccio presente che per la prima volta nella storia dell’umanità il popolo sa leggere e far di conto e dovremmo concentrarci molto su questo, e su come tutelare e metterlo a frutto, per cominciare a stabilire e perseguire il DIRITTO A CAPIRE. Di sicuro c’è poco da annoiarsi.

3. Qual è il ruolo della tradizione popolare in questo lavoro?

Quando sento parlare di timori legati al pensiero unico, penso a quello che è successo con l’avvento del consumismo e della tecnologia a portata di click. Se ci pensi, in Italia, ad esempio, il problema di far abbracciare ad una popolazione così variegata un’identità unitaria nazionale non è stato risolto né dal Risorgimento, né dai conflitti post unitari, né dalla dittatura fascista, ma il benessere acquisito in un’ottica consumistica ci ha messo ben poco: io ed un valdostano oggi vogliamo e immaginiamo cose molto simili.

Immaginare “qualcosa” oggi è probabilmente un processo che ha, per lo più, caratteristiche cinematografiche di stampo anglo americano, con buona pace delle tante declinazioni culturali possibili. L’immaginario collettivo è già stato semplificato e ridotto. La pialla sull’immaginario collettivo è già passata, è già passata abbondantemente.

Quella che chiamiamo tradizione popolare può rappresentare una via per sviluppare modalità di pensiero ed azioni alternative, far qualche passo indietro per trovare nuove strade, in un’ottica in cui è giusto documentare, ma è necessario rivitalizzare. Altrimenti restano solo forme e formule ripetute, rappresentazioni di un’esperienza distante da noi, non vissuta. Vivendo la tradizione, invece, possiamo abitare la Storia con curiosità e umiltà piuttosto che vederla solo attraverso degli schermi.

Il personaggio del Malu vecchiu, accompagnato dalla musica di Marco Casile e Luca Bregandì e dalla voce di  Valentina Albanese (con cui siamo il nucleo operativo reggino per queste occasioni, grazie anche all’appoggio logistico della sala prove Revulver), è costruito nel modo tradizionale, ma è un personaggio inventato al momento, attenendosi al concetto di tradizione viva e non lapide sul passato. A Roma si dice “falso come le lapidi”, e il rischio da evitare è proprio quello di proporre un’idea del passato romantica, mitizzata, falsa, stereotipata.

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Da destra: Marco Casile, Valentina Albanese e Luca Bregandì

4. Perché per te è importante che la cultura nasca “dal basso”?

Si tende a creare un certo tipo di cultura che, anche quando non lo si vuole, finisce per escludere la gente comune o per rilevarla come oggetto osservato. Questo porta a un’equazione parziale, incompleta. Si potrebbe però immaginare che la grande fetta di umanità che risiede in “basso” possa acquisire la capacità di creare il proprio valore e di inserirlo nell’equazione culturale suddetta, affinché la specie possa osservarsi nella sua totalità e riscoprirsi, per occupare in maniera più coscienziosa il proprio posto nell’esistente. Lo so, sembra una “frikkettonata”, ma rimane comunque una buona meta a cui tendere.

5. Cosa significa portare fisicamente un gigante?

Significa calibrare i movimenti, perché se sbagli ti scunocchi e puoi fare male a te stesso o a qualcuno.
Dentro la struttura ci sono bretelle, punti di appoggio per il collo e una cintura collegata alla struttura, il tutto per scaricare il peso in vari punti del corpo.
Il peso però c’è sempre, non lo elimini, ed è giusto così. Questo modo di comunicare, di festeggiare, celebra, tra l’altro, anche la fatica, lo sforzo come atto consapevole. L’hai deciso tu, a favore di quello che tu ritieni fattibile e, in più, è un processo di catarsi che permette di esprimere ciò che è nascosto da strati di abitudinaria pigrizia.

A Reggio Calabria usiamo la struttura in legno. Invece, a Messina ne utilizziamo una in alluminio.
La testa del gigante è fatta con garza, carta, gesso di Bologna, colla di coniglio e colorata con tempera all’uovo, con interventi acrilici, e poi verniciata con gommalacca decerata. Gli abiti e il resto sono stoffe e materiali di recupero.
Far ballare i giganti vuol dire stare attento a come ti muovi, a come reagisce il corpo, a come risponde la struttura: c’è chi fa yoga, io faccio questo.

6. Perché hai scelto la strada come luogo dell’azione?

Questa cosa viene eseguita quasi sempre senza chiedere permessi, senza pubblicità, senza denari.
Succede nella strada.
Non c’è palcoscenico a creare una divisione tra pubblico e performer.
Per strada si attiva un altro tipo di comunicazione, in cui lo spettatore è parte della scena, sta sullo stesso piano dell’artista e ognuno è costretto a percepire l’altro: la strada è l’anti comfort zone.
Volente o nolente, uno si ritrova davanti tanti tipi di persone che non scegli di incontrare, diverse se non, addirittura, in antitesi.

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7. C’è un’idea di azione politica in questo lavoro?

Questo atteggiamento riguarda anche il modo in cui mi muovo in altri contesti, per esempio durante alcune manifestazioni, come quelle legate al No Ponte o al massacro del popolo palestinese, etc…
Non mi interessa essere partitico, in quanto in Italia la politica di partito è ridicola ed esasperante.
Non mi interessa nemmeno essere quello con la faccia truce che spacca tutto. Opportunismo bieco e isterismo non possono essere le uniche forme per esercitare la politica.

C’è una nuvolazza di seriosità che rasenta l’ottusità sulla testa dell’attivismo e che induce a polarizzare qualsiasi argomento, qualsiasi istanza, svilendola.
Servono altre forme di presenza e di comunicazione e di ascolto che non si limitino alla creazione di reparti stagni in continuo conflitto, perché il “Dividi et Impera” è cosa vecchia!!!

Davide, grazie mille per questa intervista e per il tuo lavoro. Ci auguriamo di vedere molte altre azioni come questa per le nostre strade!

02 febbraio 2026

Youtube: trailer dell’evento

Davide Casile: mezzodi.it/davidecasile

Valentina Albanese: mezzodi.it/valentinaalbanese

Revulver Studio: @revulverstudio

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