Sicilia – Quattro chiacchiere scomposte: intervista a Francesco Pirrone
Tra partiture, campioni digitali e realtà virtuale, una conversazione sul mestiere di comporre musica oggi e su cosa significa far suonare credibile un’orchestra che non esiste fisicamente.
A cura di Gaetano Sciacca
Esiste un filo sottile che lega la precisione di una formula chimica alla complessità di un’orchestrazione sinfonica. Francesco lo sa bene: dopo una carriera decennale come farmacista tra l’Italia e l’Inghilterra, ha deciso di seguire la sua vera vocazione, trasformando la passione per il metal e la musica classica in una professione d’eccellenza nel mondo dell’orchestrazione virtuale.
Oggi collabora con professionisti del settore come la Vienna Symphonic Library, compone per realtà virtuali e insegna ai compositori di domani come far “respirare” i software musicali.
In questa intervista integrale, ci racconta il suo percorso, la sua ossessione per il realismo sonoro e la sfida di unire la tradizione accademica alle tecnologie più avanzate.
D: Come da tradizione partiamo dall’Inizio: Ti sei formato in una famiglia di musicisti, ma il tuo percorso non è stato esattamente lineare…
R: Sono nato in una famiglia dove la musica era ovunque: mio padre compositore, mia madre pianista. Ho iniziato a studiare chitarra classica a 6 anni, ma da adolescente ho avuto la tipica “rottura” per dedicarmi al rock e al metal. È stato lì che mi sono avvicinato alla composizione vera e propria. Volevo scrivere canzoni per i miei gruppi e ho iniziato a mettere alla prova le mie capacità.
Mi son reso conto che in quel momento non era la chitarra classica lo strumento con cui riuscivo a esprimermi davvero. Quel senso di espressione l’ho trovato inizialmente nel metal (penso ai progetti Warcryer, Dephacer o Metus Crucis). Tuttavia, quello che mi ha sempre affascinato, anche nel metal sinfonico, era l’arrangiamento: le intro, le parti orchestrali, le tastiere complesse. Ho approcciato la composizione partendo da lì, dalle intro in stile Rhapsody, piuttosto che dai presupposti accademici, anche se poi tutto quel bagaglio classico che avevo immagazzinato da bambino mi è tornato utilissimo.
D: Nel 2015 succede qualcosa e cambi rotta…
R: Mi ero stancato di coltivare il lato metal come “chitarrista”. Volevo concentrarmi su ciò che mi appassionava di più: l’arrangiamento orchestrale. Mi mancavano dei tasselli tecnici e volevo investire energie nell’orchestrazione virtuale.
In quel periodo facevo il farmacista (sono laureato in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche) e facevo musica part-time. Ma durante un viaggio a Londra per una convention di compositori di musica per videogame, ho capito che il Regno Unito mi chiamava. Mi sono imbattuto nella realtà di Guildford, una sorta di “Hollywood europea” dei videogiochi, e ho deciso di trasferirmi. Ho fatto il farmacista in Inghilterra per anni per finanziare il mio sogno, facendo rete con colleghi e potenziali clienti. Nel 2020, anche a causa della pandemia, ho capito che era il momento di fare il salto definitivo.
D: Sei molto onesto riguardo al tuo percorso e parli apertamente del fatto di essere “fortunato” per essere cresciuto in un certo contesto
R: Ci tengo a sottolinearlo. Spesso sento interviste di artisti che parlano di “mindset” o sacrifici, ma omettono le opportunità di partenza. Io ho avuto la fortuna di crescere in un contesto dove certe cose le ho assorbite senza sforzo. Quando nel 2015 ho preso in mano i libri di orchestrazione, per me è stato naturale; avevo già il suono dei corni o degli oboi in testa. È una cultura che ho assorbito da bambino ed è un privilegio che riconosco.
Oggi mi dedico solo alla musica: il mio focus principale sono i videogiochi, ma collaboro anche con aziende come Vienna Symphonic Library per la creazione di contenuti digitali educativi e divulgativi su composizione e arrangiamento.
D: Secondo te, quale è la principale differenza tra un compositore di oggi e uno di cinquant’anni fa?
R: Cinquant’anni fa scrivevi su carta, andavi al pianoforte e speravi che qualcuno suonasse le tue bozze. Oggi usiamo i suoni campionati. Possiamo emulare un’intera orchestra in modo realistico.
Il mio lavoro è l’orchestrazione virtuale: uso software che sono i discendenti dei vecchi sintetizzatori e campionatori, ma l’obiettivo è produrre un suono organico, come quello di un’orchestra da film. Tecnicamente è musica elettronica, ma il risultato deve suonare come John Williams o Danny Elfman.
D: A proposito di Danny Elfman, mi sembra di capire tu ne sia un fan?
R: Elfman è stato il mio faro. Amo il modo in cui lascia il suo segno inconfondibile, quel tocco “fantasy” che per me è l’essenza di Batman (quello dell’89, l’unico vero Batman per me!). La mia musica è un’intersezione tra il fantasy orchestrale alla Signore degli Anelli, lo stile di Elfman e un pizzico di ispirazione metal: a volte traspongo dei riff di chitarra direttamente sui violoncelli.
D: Hai lavorato a progetti importanti come Multiverse”The Planetarium” per Meta (Oculus Quest). Lì la sfida non è solo scrivere musica, ma renderla “viva”. Ci spieghi il concetto di musica Adattiva?
R: Questa è la parte più affascinante. Un film è lineare: lo spettatore guarda e la musica scorre. In un videogioco, il giocatore può restare in una stanza per dieci secondi o per mezz’ora. La musica deve quindi essere Adattiva.
Per Multiverse, non avendo il budget per scrivere brani infiniti, ho usato un approccio a due “stems”, due “strati”, se vogliamo.
Il Nucleo Scarno: Quando entri in una stanza (ad esempio quella dedicata al Sole), senti un arrangiamento minimale, magari solo pianoforte, arpa e violoncelli. È leggero, non stanca anche se va in loop per molto tempo.
Il Fade-in Orchestrale: Quando ti avvicini all’oggetto protagonista (il Sole), l’arrangiamento si arricchisce. Entrano gli altri strumenti in fade-in, l’orchestrazione diventa potente e completa.
Il Risultato: Senti tutta l’emozione nel momento del climax visivo, ma se ti allontani, la musica torna discreta. È un sistema che permette di non “martellare” le orecchie del giocatore, mantenendo però una coerenza armonica costante.
D: Spesso si tende a separare la figura del compositore accademico da quella del producer moderno. Tu però sembri muoverti esattamente nel mezzo…
R: È un confine che oggi si sta facendo sempre più labile. Molti pensano al producer come a colui che manipola il singolo suono di cassa o sintetizza rumori dal nulla, ma nel mio campo essere producer significa un’altra cosa: significa avere la capacità di far suonare un’orchestra virtuale in modo realistico.
C’è l’aspetto della composizione classica (lo studio delle sezioni dell’orchestra, dell’armonia, delle modulazioni) e poi c’è renderizzazione degli strumenti classici mediante l’uso di software. Il mio ruolo è unire queste due competenze. Non mi limito a scrivere le note; curo il mixaggio, l’uso dei riverberi, la performance virtuale. È un lavoro di “colla” sonora che trasforma una serie di campioni freddi in un’esperienza emotiva.
D: Proprio da questa sintesi nasce il tuo video corso. A chi si rivolge esattamente e cosa cerchi di insegnare che non si trova nei manuali tradizionali?
R: Il corso nasce per colmare un vuoto. Da un lato ci sono i compositori bravissimi a scrivere per orchestra, ma che a volte possono essere scontenti dei suoni delle loro tracce realizzati con suoni campionati. Dall’altro ci sono i producer che sanno far suonare bene un brano, ma non hanno necessariamente contezza della tecnica dell’orchestrazione.
Nel mio corso non è obbligatorio saper leggere lo spartito. Se sai usare una DAW (come Cubase) e sai “mettere insieme i cubetti”, io ti spiego come rendere quelle intro o quegli arrangiamenti davvero professionali. Spiego come usare i riverberi a convoluzione per emulare gli ambienti in modo realistico, e mi soffermo anche sul concetto di Loudness nel contesto di un mix/master orchestrale.
D: Hai menzionato l’ambiente come un fattore critico..
R: Una cosa che spesso scandalizza i puristi è l’uso del riverbero in fase di mastering. Nel rock o nel metal è quasi un’eresia, ma nella musica orchestrale virtuale può fare la differenza.
A volte, anche se hai usato ottimi campioni, il mix risulta ancora troppo “secco”. Aggiungere un riverbero infinitesimale (magari con un rapporto dry/wet impercettibile) in fase finale serve a dare coerenza, a far sembrare che tutti gli strumenti stiano suonando nello stesso spazio fisico. È quella “colla” che rende il master organico.
D: Se dovessi scegliere lo strumento che ti rappresenta meglio, quale sarebbe?
R: Ho tre risposte diverse. Se parliamo di piacere fisico nel suonare, scelgo il basso elettrico; è la mia connessione con il mondo rock e metal. Se parliamo di uno strumento fondamentale nei miei lavori, dico l’organo a canne: lo considero il vero antesignano del computer, il primo strumento capace di replicare un’intera gamma di registri (trombe, flauti, archi) gestiti da una sola persona.
Ma se parliamo del mio strumento preferito da ascoltare, allora dico le campane. Sono quasi un’ossessione: non c’è brano mio in cui non ci sia qualcosa che “tintinna”. Dalle campane tubolari suonate pianissimo (che regalano sfumature incredibili) al glockenspiel, dai triangoli intonati alla celesta. Mi piace avere a disposizione l’intero range, dai suoni più gravi ai più acuti. Danno una luce particolare a ualunque orchestrazione.
D: Spesso si dice che se la musica in un film o in un gioco è fatta bene, non te ne accorgi nemmeno…
R: Assolutamente. La musica deve farti vivere l’esperienza. Se ti viene l’ansia durante un gioco e non capisci perché, significa che il compositore ha fatto un ottimo lavoro. L’audio è metà dell’opera.
Puoi avere un video bellissimo, ma se l’audio è mediocre, la gente si stancherà presto. Al contrario, un audio perfetto può rendere godibile anche un video tecnicamente più semplice. È come per il montaggio: se è perfetto, diventa invisibile perché sei troppo immerso nella storia per notare i tagli.
D: C’è un aspetto del tuo lavoro che sta prendendo sempre più piede: la creazione di contenuti educativi. Recentemente hai lanciato il corso “Orchestral Production Made Easy”. Da dove nasce questa voglia di condividere il tuo sapere?
R: È una conseguenza naturale della mia collaborazione con la Vienna Symphonic Library.
Creando contenuti per loro, mi sono reso conto che attiravo l’attenzione di molti altri compositori che mi chiedevano: “Che suoni usi?”, “Come hai fatto a far suonare i corni così lontani rispetto ai violini?”.
Oggi c’è una cultura della condivisione che vent’anni fa non esisteva. Ho deciso di mettere tutto insieme in questo corso: 58 video, oltre tre ore e mezza di contenuti su composizione, arrangiamento e, soprattutto, realismo. Il mio obiettivo è dare gli strumenti per ottenere un suono organico anche usando software virtuali. Saper usare bene questi strumenti è una parte enorme del lavoro: puoi avere i suoni migliori del mondo, ma se non sai come “muoverli”, suoneranno sempre finti.
D: Hai un approccio molto pragmatico: dici che per te la musica oggi è lavoro e che la dimensione ludica è quasi scomparsa. Non è un po’ triste?
R: Può sembrarlo, ma è la verità. La mia vita come musicista live si è chiusa nel 2013. Nulla da togliere all’importanza della musica dal vivo, semplicemente a un certo punto ho sentito la necessità di essere più produttivo e ho capito che la dimensione del “gruppo” o delle serate nei locali non faceva più per me perché gli aspetti organizzativi, gli spostamenti, le prove e tutto il resto mi distoglievano dalla composizione. Ovviamente è una questione del tutto soggettiva, capisco bene che per altri il concetto di “band” possa essere fonte d’ispirazione.
Oggi, se scrivo musica per me stesso, come nel caso del brano The Hero, devo essere in solitudine. Magari in futuro cambierò idea su questo punto. A volte prendo il basso e suono i pezzi degli Iron Maiden per qualche ora, ma poi lo rimetto in custodia per settimane.
D: C’è però una situazione live che ancora ti affascina: il busking, la musica di strada.
R: Perché la musica di strada non ha premesse. Quando suoni in un locale, c’è un’aspettativa: sei il gruppo che deve suonare, c’è l’amico che è venuto a sentirti. In strada sei solo tu. Se una persona che sta correndo al lavoro con la valigetta si ferma per due minuti ad ascoltarti, significa che le hai trasmesso qualcosa di reale.
La musica di strada è un’esperienza di pura connessione umana. Forse un giorno imparerò a suonare la fisarmonica e me ne andrò a suonare nelle piazze, chissà.
D: Hai scelto di caricare i tuoi contenuti anche su piattaforme come MEZZODì. Credi ancora nel valore della diffusione gratuita?
R: Assolutamente. Non si tratta di fare soldi con un video corso, ma di spargere conoscenza.
Se il livello generale si alza, lavoriamo tutti meglio. Penso che queste piattaforme possano essere utili per far scoprire il proprio lavoro a chi non ci sarebbe mai incappato altrimenti.
Non ha senso, nel 2026, essere gelosi delle proprie competenze.
21 febbraio 2026
Portfolio su MEZZODì: Francesco Pirrone
IG: @mightyfrancesco


