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Calabria. Contro-memorie: voci, letteratura e culture nel Mezzogiorno – Massimo Barilla e il tempo fermo nell’amore perduto in Ossa di Crita

Un dialogo con l'autore sulla scrittura come esperienza aperta, il ruolo del dialetto e il rapporto tra scena, memoria e trasformazioni culturali nel contesto meridionale contemporaneo

A cura di Ylenia Desirée Zindato

Io so, in questa notte/che copre l’ombra/dei miei pensieri, che si è coagulato il sangue/del tempo/il mondo è fermo/ha il fiato corto/e mi sembra che niente posso fare:/correre, gridare,/dire parole al vento,/fecondare la notte/(già gravida) di tristezza/e d’amore per l’uomo perduto/e non può essere, mi dico,/che patire sia l’amore/e pianto di dolore,/occhi spenti,/sperduti,/senza colore.

In Ossa di Crita, edito Mesogea (2020), di Massimo Barilla (drammaturgo, poeta, sceneggiatore, regista; dirige insieme a Salvatore Arena la compagnia teatrale Mana Chuma Teatro), le presenze fantasmatiche che ci agitano dentro prendono qui, attraverso la lingua della memoria – il dialetto – le forme materiche e terrose di arance selvatiche, fiumare, magarìa, mani, occhi e pinseri. Leggere questa raccolta di poesie ci porta in un mondo altro, abitato da spiriti, amori, rivoluzioni, ma anche da figli e padri, madri; assenti presenze e possibilità d’essere e d’esserci in questo maledetto mondo dove lasciarci perdere, come vuoto a rendere.

1. Il drammaturgo Edward Carey insegna che su un palcoscenico, come nei versi, si è a contatto diretto coi morti e che i fantasmi, felici o tristi che siano, vogliono essere ricordati; e allora, solo in quei momenti lì, ci vengono a trovare. Nelle tue poesie emerge, forse più di altro, l’assenza. Vorrei chiederti cosa ti muove dentro, cosa/chi ti spinge a scrivere, ma anche a consacrare la tua vita al teatro?

Non credo che nella mia poesia prevalga l’assenza, intesa come vuoto, come mancanza. Spero piuttosto che, attraverso di essa, possa emergere la materia non superficiale, nascosta, altra e non per questo meno presente e viva. La terra, la memoria, le radici, il vibrare antico della natura non sono oggetti persi nel passato, ma continuano a risuonare con un riverbero presente e attivo, continuano a richiedere di essere guardati come stelle che si ostinano a indicare la via. Immagino che la scrittura possa rappresentare, più che la manifestazione di un talento o di un’identità, l’apertura di un canale espressivo, attraverso cui un’energia creativa, che possediamo ma che non ci appartiene, trova la via per sgorgare e prendere forma. Siamo più la roccia che devia i corsi carsici dell’acqua e magari la arricchisce, con i suoi minerali caratteristici, che l’acqua stessa. Per questo penso che la scrittura sia più una forma di abbandono che di controllo, una inclinazione a lasciarsi attraversare. Scrivo, dunque, perché da sempre è la cosa che mi viene più naturale. Tutto il resto viene dopo. Il teatro, in particolare, è stato uno splendido incidente di percorso che, mettendomi letteralmente davanti agli occhi come la scrittura non ti appartenga più – una volta che sia donata a un pubblico – diventi pane da condividere. È stato immediatamente lo spazio che ho sentito più adatto per coltivare questa attitudine. Nel mio modo di sentire, quello che rende prezioso, unico e insostituibile il teatro – e la drammaturgia come punto di vista sul mondo – è la sua dimensione ontologicamente comunitaria. Una dimensione che, a prescindere dalla forma che incarna, allarga il campo e include necessariamente la partecipazione a un rito collettivo. Se è vero che l’atto teatrale è abitato da forme altre rispetto al quotidiano, ridurre la loro natura a quella di fantasmi, pur nell’accezione più ampia possibile, rischia di confonderci e di richiudere la quarta parete, schiacciando la nostra prospettiva solo in una dimensione autoreferenziale della scena. Chiediamoci, parlando di un teatro necessario: cos’è che nasce magicamente sulla scena, cosa alberga nell’incontro tra l’attore e il personaggio? In realtà non ci sono trasformazioni: l’attore non indossa il personaggio come un abito, non lo incarna (nessun Amleto rivive realmente sulla scena), ma nemmeno esprime uno degli infiniti e molteplici sé possibili. Come in un processo alchemico inspiegabile, una realtà altra nasce: una realtà in cui l’uno non esiste senza l’altro. Nell’atto più dichiaratamente costituito di finzione, la rappresentazione, una piccola, profonda doppia verità accade: non sempre questo serissimo gioco riesce, certo, non tutto il teatro è capace di alchimie, ma quando lo è realmente, il rito si compie.

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2. Il tempo, per essere compreso, deve essere raccontato: parafrasando il filosofo Ricoeur, nel concetto di identità qualcosa si perde (ipse) e qualcosa rimane (idem) nella complessa e farraginosa costruzione di sé. Volevo chiederti l’arco di tempo che hai impiegato a scrivere questa raccolta: quali e quanti anni sono trascorsi dal primo all’ultimo componimento e quanto di Massimo è rimasto e cosa invece è andato via?

Il tempo di gestazione è stato lungo, oltre vent’anni certamente. Il vantaggio è che questa scrittura poetica si è accumulata come un canale secondario, senza un vero progetto o obiettivo concreto. Una libertà che non posso concedermi in altri campi come la drammaturgia o la narrativa. Questo tempo lungo e dilatato mi permette adesso di guardare all’insieme di queste poesie con distacco e un po’ di sbieco, di percepirle, paradossalmente, come un insieme organico e coeso, ma non lineare e senza ossessioni cronologiche. Non mi interessa tanto ricostruire un’evoluzione: preferisco immaginare una circolarità, fatta di sfumature, di angolazioni, di momenti e di temi, incastonati intorno a un centro comune. Ho ovviamente delle pietre miliari: ricordo che tutto è cominciato proprio con Ossa di crita (che apre il libro a cui dà il titolo), ma di molte non saprei ricostruire i tempi e i contesti in cui sono nate. Ho dovuto dimenticarle, per ritrovarle quando, un po’ per caso, è nato il progetto della raccolta. Adesso che Ossa di crita è diventato anche un reading concerto, in cui il ritmo e le sonorità carnali del dialetto si incontrano con le musiche del compositore e amico di una vita Luigi Polimeni, mi riesce più semplice percepire queste poesie come piccole immagini dipinte con la voce: istantanee vive, dai colori terrosi e dalle trame calde, pietre d’inciampo dalle linee spigolose e nette.

3. Un’ultima considerazione: in questi tempi di fitta emigrazione e spopolamento del meridione, Ossa di Crita diventa manifesto, un testamento di resistenza verso una terra amara, misteriosa, difficile, in grado tuttavia di diventare movimento decoloniale, comunità diasporica, coscienza di ‘casa’. Cosa ti auguri nel futuro per il nostro Stretto Sud?

Se ci fermiamo alla superficie dei fenomeni, da un punto di vista storico-statistico la realtà ci racconta un contesto asfittico e senza prospettive. Credo, però, che, se ci poniamo in una condizione di ascolto e osservazione più profonda del nostro territorio, sia possibile cogliere segnali sparsi di tante piccole eccellenze e di un diverso atteggiamento, capace di cominciare a erodere dal basso il fatalismo da un lato e una contrapposizione vittimistica dall’altro. In un tempo in cui il modello geopolitico generale sta implodendo su sé stesso, la sfida per la promozione di un nuovo, più maturo e consapevole meridionalismo sta nella capacità di riconoscere quanto stare al margine del mondo occidentale sia oggi un’opportunità piuttosto che un atavico svantaggio. Un riconoscersi altri e, per questo, potenzialmente gravidi di alternative, di cui siamo culturalmente e storicamente capaci e di cui abbiamo disperatamente bisogno. Questa sfida necessita ovviamente di un salto di scala: ha bisogno che queste fioriture sparse entrino in relazione sempre più profonda fino a diventare modello organico, suturando la cesura culturale che, da alcune generazioni, ci ha costretti a smettere di essere comunità, ma senza smettere di guardare avanti, di alimentare la speranza delle generazioni nuove in un futuro più responsabile e umano: «comu si bruciassi la ramagghia d’un tempu rimundatu prontu a jettari già dumani taddi di vita nova» (trad. come se bruciasse / la ramaglia / d’un tempo sfrondato / pronto a far sbocciare / già domani / germogli di vita nuova, tratto da Dumani, Ossa di Crita, Mesogea 2020, pp. 48-49).

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Ciao! Sono Ylenia. Mi trovi Una Volta al Mese su mezzodi.it, a consigliarti un libro o anche più di uno. Ma oltre ai consigli di lettura qui puoi trovare storie, eventi culturali, interviste e divulgazione circa la complessa quanto mai suggestiva identità meridionale aperta e libera da pregiudizi, credenze o stereotipi. Dalla Sicilia alla Sardegna, lungo tutta la Calabria. E poi Basilicata, Abruzzo, Molise, Puglia, Campania. Per una memoria collettiva e territoriale da non perdere fra le vie della globalizzazione. Io sono Ylenia e vi aspetto qui a cadenza mensile: e vi ricordo che io non so nulla e non sono nessuno, ma non posso fare a meno di sviluppare un’opinione personale su ogni cosa e mi piace l’idea di condividerla con voi. Ça va sans dire.

Ylenia Desirée Zindato è nata a Reggio Calabria il 15 maggio 1992. È laureata in Storia e Filosofia e specializzata in Filosofia Contemporanea al Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina, con una tesi su Merleau-Ponty e l’Embodied Cognition. Ha un’ossessione insana per le ostriche, il sashimi e il Big Mac. È insegnante precaria di filosofia e storia nei licei. Lavora da diversi anni con la compagnia teatrale “Mana Chuma Teatro” come assistente alla regia. Cura una newsletter mensile con la rivista online Etimologia Magazine; con S4M ha pubblicato un suo primo memoir dal titolo Lettere a una Madre e recentemente un racconto breve sulla rivista letteraria di Articoli Liberi.

Bibliografia essenziale:

  • Massimo Barilla. Ossa di Crita. Messina: Mesogea, 2020.
  • Paul Ricoeur. Tempo e racconto. Milano: Jaca Book, 1986–1988.

08 Aprile 2026

IG: @diari_a_babordo

Profilo su MEZZODì Gallerie: Mesogea – culture mediterranee

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