Nicola, chiamato Cola, viveva con i genitori a Capo Peloro, vicino Messina, in una casa di pescatori. Fin da piccolo trascorreva le giornate in mare, diventando un nuotatore straordinario e affezionandosi agli abissi marini, popolati da creature mitiche e paesaggi incantati. Raccontava spesso delle sue avventure sott’acqua,
di tesori nei galeoni affondati e di Sirene e Ninfe, ma la madre, irritata dalle sue assenze e dal rifiuto di fare il pescatore, lo rimproverava: «O Cola… dove sei stato?». Lui rispondeva: «A chiacchierare…». E lei: «A perdere tempo, dunque… con chi hai parlato?». Cola: «Con le Sirene… mi hanno condotto nella reggia di
Nettuno in fondo al mare…». La madre: «Il solito fanfarone…»
Un giorno, esasperata, la madre lo maledisse: «Cola… se tu ami i pesci più degli esseri umani… ebbene… io ti maledico e chiedo che tu possa diventare un pesce e rimanere per sempre negli abissi profondi!».
Da quel momento Cola iniziò a trasformarsi: i suoi capelli diventavano come alghe, il petto si allargava come branchie, e presto tutti lo chiamarono “Colapesce”. I marinai si rivolgevano a lui per predire le condizioni del mare, affascinati dalla sua conoscenza degli abissi.
Nel 1230, durante una sosta a Messina, il re Federico II sentì parlare di Cola e volle metterlo alla prova. Lo invitò sulla nave reale, promettendogli ricchezze se avesse recuperato una coppa d’oro gettata in mare. Quando Cola gliela restituì, il Re rilanciò: «Cola, getterò nuovamente questa coppa nelle profondità del mare… Se la recupererai, ti nominerò Cavaliere del Re.»
La principessa Costanza, impressionata dal giovane, aggiunse: «Cola, getterò anche questa cintura d’oro e diamanti: se la riporterai, io mi farò da te abbracciare.» Colapesce si immerse e tornò trionfante con entrambi gli oggetti. La principessa lo abbracciò, ma il Re volle spingersi oltre: «Adesso getterò la coppa negli abissi più profondi dello Stretto, là dove si incrociano le acque sotto la terra. Se riuscirai, ti nominerò barone e sposerai mia figlia.»
La principessa lo implorò: «Non tentare la sorte, Cola, questa prova è troppo ardua…» Ma Cola accettò. Prima di immergersi, avvertì il Re: «Una delle colonne che reggono la Sicilia è vacillante e minacciata dal fuoco dell’Etna. Se non dovessi tornare, vedrete emergere un sacchetto di lenticchie: saprete allora che sono
rimasto sul fondo.»
Si tuffò e sparì tra le onde. Dopo tre giorni e tre notti, le lenticchie riaffiorarono, segno che Colapesce aveva scelto di sacrificarsi per sorreggere una delle tre colonne che reggono la Sicilia. Da allora, la leggenda racconta che Colapesce vive negli abissi, proteggendo la sua terra.
C.M. Pellicanò, Messina Misteriosa – Miti e Leggende della Città dello Stretto,
Samperi Editore, Messina, 2017
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