Quest’opera è un’icona in stile bizantino, realizzata interamente a mano.
Raffigura una Natività secondo la tradizione iconografica bizantina, con l’aggiunta di elementi non ortodossi.
La scena non è narrativa in senso realistico, ma simbolica: le figure sono disposte secondo uno schema di interpretazione a più livelli.
La grotta, il cielo, gli angeli, i personaggi sacri e la cornice che li contiene concorrono a una composizione compatta da esplorare, pensata per la contemplazione e la riflessione, più che per l’apologesi.
Tecnica e supporto
Tecnica: tempera all’uovo impreziosita con foglia d’oro.
Supporto: tavola in legno di tiglio stagionato, preparata con tela di lino grezzo incollata tramite colla di coniglio, per ammortizzare i naturali movimenti del legno.
L’ultimo strato è composto da gesso di Bologna e colla di coniglio, che, opportunamente levigati, danno origine a una superficie perfettamente liscia.
Commissioni e prenotazioni
Da questa pagina è possibile richiedere riproduzioni di Natività e Logos su commissione, disponibili esclusivamente su prenotazione.
Versando un acconto di € 100,00 è possibile prenotare un’opera al costo finale di € 1.500,00.
I tempi di realizzazione variano dai 3 ai 6 mesi, in base agli impegni dell’autore.
È inoltre possibile richiedere variazioni sul soggetto o sulle dimensioni, concordandole direttamente con l’autore tramite mezzodi.it.
Sono nato nel 1981 a Reggio Cal. (periferia sud).
Il più datato reperto grafico autografo risale al 1983 ed è una mucca. A Natale si raccoglieva il muschio per il presepe, con montagne in polistirolo, giornali e colla di farina.
Alle elementari i compagni mi commissionavano i “vestiti da PANC” (punk): per 5.000 lire era un fiorire di smile, svastiche, siringhe gocciolanti, teschi, linguacce dei Rolling Stones, ecc.
A sei anni vidi, per caso, la scena di The Wall in cui degli scolari finivano in un tritacarne: la cosa risultò enigmatica e inquietante. Effetti simili avevano la “pubblicità dell’AIDS” con O Superman di Laurie Anderson e la sigla di Twin Peaks.
La prima volta che ho visto piangere un adulto ero a casa di una zia, commossa da una scena con Mario Merola. La seconda volta fu nel cortile: la fruttivendola piangeva come le persone nei telegiornali, perché le avevano appena ammazzato il figlio. Erano gli anni della II guerra di ’ndrangheta (1985–1991).
Oltre agli omicidi, in strada c’erano l’eroina e molta musica neomelodica. Ma dalle porte aperte delle case popolari uscivano anche i Queen, i Ricchi e Poveri, i Depeche Mode, Mino Reitano, i Joy Division, Eros Ramazzotti (con quella cazzo di voce nasale) o quel coglione di Jovanotti (di cui avevo un cappello con la scritta “YO JOVANOTTI YO”).
Vabbò, tagliando corto, crescendo ho fatto: striscioni per tifosi e gruppi ultrà della Reggina; il cameriere; a diciassette anni ho cominciato a fare icone bizantine; decorazioni su vetrine di negozi; il benzinaio; ritratti di persone vive e morte; pittura murale; ceri pasquali decorati; lavori di modellato; il facchino; poi l’arrampicatore; poi il responsabile del montaggio palchi; un po’ di illustrazione e incisione a puntasecca e a maniera nera; il manovale; il raccoglitore d’olive e il lavoratore nelle vigne.
Da qualche anno incido e cerco di scolpire il legno; all’occorrenza faccio maschere e giganti folkloristici.