L’opera che osserviamo, Ego cogito di Giancarlo Privitera, realizzata in tecnica mista su tela, si situa in un territorio fluido tra il figurativo e l’astratto, in un dialogo continuo tra corpo e pensiero, materia e energia, superficie e profondità. La figura umana, nuda e stilizzata, emerge da un suolo che si agita sotto i suoi piedi con un flusso dorato: un richiamo alle radici inconsce o cosmiche, che si fa anche citazione implicita della tradizione simbolista e delle dorature bizantine o klimtiane, filtrate però da un’estetica contemporanea.
Il corpo è trattato con un cromatismo innaturale e cangiante, che richiama la pittura espressionista di fine Ottocento ma anche alcune ricerche più recenti della neo-figurazione post-digitale. L’uso del colore sembra infatti suggerire una visione interiore, mentale, piuttosto che una restituzione verosimile del dato corporeo. Si avverte un’eredità del surrealismo visionario, ma anche una consapevolezza della frammentazione dell’identità postmoderna: l’uomo è seduto, ma il suo pensiero – o la sua coscienza – esplode letteralmente fuori dalla testa, in una sinapsi pittorica che fonde grafismi, texture liquide e tracce gestuali.
Il fondo, stratificato e pulsante, recupera tecniche che potrebbero ricordare il dripping action painting e le superfici esplose dell’informale europeo, ma qui sono riorganizzate in funzione narrativa: non mera energia astratta, ma paesaggio psichico, forse cosmico. Si tratta di una pittura che non si accontenta di evocare, ma prova a incarnare visivamente il flusso del pensiero, dell’essere senziente, nel suo contatto con l’universo.
Privitera sintetizza con una frase la tensione sottesa all’opera: “Il pensiero, solo quello, rende vivi.”